|
|
16/04/2012 | | PRIMO RITROVAMENTO DI ZACCAGNITE-3R |
| |
|
| Fonte: AGI | | Un team di ricercatori dell'Istituto Geologico y Minero de Espana e della Universidad Complutense de Madrid ha scoperto nella grotta di El Soplao, Cantabria, un nuovo minerale, la zaccagnaite-3R, unico al mondo. Si tratta del primo caso segnalato di una zaccagnaite formata in una grotta, il che la rende una nuova specie minerale. La scoperta e' stata pubblicata sulla rivista "American Mineralogist". Il nuovo minerale si distingue anche per la sua particolare morfologia ottaedrica e una fluorescenza finora sconosciuta negli idrotalciti naturali (gruppo a cui appartiene la zaccagnaite). Inoltre, dal punto di vista chimico, e' molto ricco in alluminio. La zaccagnaite e' stata scoperta nel 2001 a Carrara, quando furono trovati solo alcuni cristalli di dimensioni microscopiche, dal momento che il minerale e' estremamente raro. Si tratto' all'epoca di zaccagnaite-2H, che si trova solo a Carrara, mentre questa trovata in Spagna e' zaccagnaite-3R, che finora non era stata trovata in nessun altra parte del mondo. La zaccagnaite di El Soplao e' unica poiche' si tratta di un un tipo, 3R, precedentemente sconosciuto. La zaccagnaite appartiene al gruppo degli idrotalciti, minerali che hanno un forte interesse nelle applicazioni pratiche, in particolare come catalizzatori nei processi industriali, nel trattamento delle acque e nel settore farmaceutico (ad esempio, nella preparazione di unguenti e cerotti per proteggere la pelle danneggiata e come antiacido per lo stomaco).
|
| |
|
| |
| |
|
| |
| |
|
| |
| |
|
| |
| |
|
| |
|
14/03/2012 | | RESTI FOSSILI IN CINA: FORSE SCOPERTA UNA SPECIE UMANA
|
| |
|
| Fonte: ANSA | | Potrebbero appartenere a una nuova specie umana, i misteriosi resti fossili di uomini preistorici ritrovati in due grotte nel Sud-Ovest della Cina. Vissuti tra 14.500 e 11.500 anni fa, gli ominidi avrebbero avuto un aspetto inedito, un vero e proprio mix di caratteristiche anatomiche primitive e moderne. La scoperta, che potrebbe scrivere una nuova pagina della storia dell'evoluzione umana, e' pubblicata sulla rivista Plos One da un gruppo di ricercatori guidati dall'universita' australiana del Nuovo Galles del Sud, a Sydney.
L'uomo nuovo venuto dalla Cina rappresenta un rompicapo per gli esperti, ancora cauti nel classificare i suoi resti fossili definiti come un insolito mosaico di caratteristiche primitive e ancestrali. I fossili potrebbero appartenere a una specie finora sconosciuta, sopravvissuta fino alla fine dell'era glaciale, circa 11.000 anni fa, spiega il coordinatore dello studio, Darren Curnoe. In alternativa - aggiunge - potrebbero rappresentare un'antichissima e finora sconosciuta ondata migratoria di uomini moderni provenienti dall'Africa, una popolazione che non avrebbe pero' contribuito dal punto di vista genetico alle popolazioni moderne. Tuttavia, rileva, e' innegabile che la scoperta apre un nuovo capitolo nella storia dell'evoluzione umana, quello asiatico, e abbiamo appena iniziato a scriverlo.
La scoperta nasce dallo studio, iniziato quattro anni fa, dei resti fossili di tre individui scoperti nel 1989 da un gruppo di archeologi cinesi in una grotta a Maludong, vicino alla citta' di Mengzi. A questi si e' poi aggiunto lo scheletro incompleto di un quarto uomo rinvenuto nel 1979 da un geologo cinese in una caverna vicino al villaggio di Longlin. Proprio nella grotta di Maludong sono stati trovati anche resti di carne di cervo rosso cotta, percio' i ricercatori hanno deciso di battezzare questi primitivi come 'popolazione del cervo rosso'.
Secondo le prime ricostruzioni, questi individui avrebbero convissuto in Cina con uomini dall'aspetto piu' moderno quando iniziava a diffondersi la pratica dell'agricoltura. E' una rivoluzione per le attuali teorie: finora non erano state trovate in questa regione tracce fossili di specie umane diverse dall'Homo sapiens risalenti agli ultimi 100.000 anni. Per questo si pensava che la regione non fosse abitata dai nostri 'cugini' quando giunsero i primi uomini moderni.
A causa della diversita' geografica creata dall'altopiano del Tibet della provincia del Qinghai, la parte sud occidentale della Cina e' nota come un fulcro di diversita' biologica e culturale, e questa diversita' si estende anche nel passato, spiega Ji Xueping, dell'istituto di archeologia dello Yunnan. |
| |
|
| |
| |
|
| |
| |
|
| |
| |
|
| |
| |
|
| |
|
10/03/2012 | | SOCCORSO UN CERCATORE DI MINERALI IN LIGURIA
|
| |
|
| Fonte: LA RIVIERA 24.IT | | Un uomo, di circa 80 anni, caduto nella boscaglia, mentre cercava minerali, a Pompeiana, all’altezza del bivio Zurchi, è stato soccorso, nel pomeriggio, in un intervento congiunto di vigili del fuoco, 118, Croce Verde di Arma e Soccorso Alpino. L’anziano, per fortuna, ha riportato lievi contusioni ed ha rifiutato il trasporto in ospedale. Sarebbe scivolato e caduto un metro sottostrada.
|
| |
|
| |
| |
|
| |
| |
|
| |
| |
|
| |
| |
|
| |
|
08/03/2012 | | RICOSTRUTITI I COLORI DEL MICRORAPTOR |
| |
|
| Fonte: ANSA | | Un dinosauro 'vanitoso', grande come un piccione ma colorato come un corvo, che usava le sue piume nere con riflessi iridescenti blu per mettersi in bella mostra durante il corteggiamento: ecco l'ultimo ritratto 'a colori' del Microraptor, dinosauro con quattro ali ma incapace di volare vissuto 130 milioni di anni fa. A tratteggiarlo e' lo studio pubblicato su Science da un gruppo di ricercatori cinesi e statunitensi coordinati dal Museo di storia naturale di Pechino.
Il colore del piumaggio del Microraptor e' stato ricostruito per la prima volta partendo dai resti fossili di un esemplare rinvenuto nel Nord-Est della Cina e conservato presso il museo pechinese. Grazie al microscopio a scansione elettronica, i paleontologi hanno studiato forma e distribuzione degli organelli cellulari (chiamati melanosomi) che contengono il pigmento delle piume. Confrontandoli con i melanosomi degli uccelli moderni, i ricercatori hanno stabilito che il Microraptor aveva piume completamente nere con deboli riflessi blu cangianti, le piu' antiche piume iridescenti scoperte finora.
''Gli uccelli moderni usano le piume per diversi scopi, che vanno dal volo alla regolazione della temperatura corporea fino al corteggiamento'', spiega uno degli autori dello studio, il biologo Matt Shawkey, dell'universita' di Akron, nell'Ohio. ''L'iridescenza e' molto diffusa tra gli uccelli moderni ed e' spesso usata per mettersi in mostra. Il fatto che anche il Microraptor fosse in gran parte iridescente - prosegue - ci suggerisce che le piume erano importanti per mettersi in mostra anche nelle prime fase della loro evoluzione''. E che il Microraptor fosse un dinosauro piuttosto vanitoso lo dimostrano anche i dettagli della sua coda. Sebbene fosse piu' stretta di quanto ipotizzato finora, era dotata di due lunghe piume affusolate che non avevano una funzione aerodinamica: secondo questa ultima ricostruzione, infatti, venivano usate esclusivamente per il corteggiamento e per altri tipi di interazione sociale.
''Grazie alla scoperta di numerosi fossili di uccelli e piante fiorite, sapevamo gia' che quello del Cretaceo era un mondo ricco di colori'', commenta Ke-Qin Gao, uno degli autori dello studio che lavora presso la Peking University di Pechino. ''Ora - aggiunge - abbiamo perfezionato ulteriormente questa visione grazie al Microraptor, il primo dinosauro che mostra colori iridescenti. Solo pochi anni fa per noi sarebbe stato impensabile poter fare uno studio come questo''.
|
| |
|
| |
| |
|
| |
| |
|
| |
| |
|
| |
| |
|
| |
|
07/03/2012 | | LA PIU' ANTICA FORESTA FOSSILE |
| |
|
| Fonte: GALILEO | | Grandi alberi alti oltre 10 metri, simili a palme o felci, piante che si estendevano in orizzontale, e un sistema ecologicamente molto più complesso di quanto si credesse. Così appariva 385 milioni di anni fa la foresta di Gilboa, nei monti Catskill, situati nella parte settentrionale di quello che ora è lo stato di New York. A svelare su Nature i segreti di questa foresta fossile di 1300 metri quadrati, la più antica mai scoperta, è stato Chris Barry della Cardiff School of Earth and Ocean Sciences in Galles (UK).
La foresta di Gilboa è stata a lungo un mito per gli scienziati. I primi indizi della sua esistenza risalgono addirittura al 1850, quando nella vicina baia di Schoharie fu ritrovato il primo fossile di un albero dell’era Devoniana. Successivamente, negli anni ’20, durante l’estrazione di roccia da una cava, per costruire la vicina diga di Gilboa, vennero rinvenuti centinaia di grandi tronchi fossilizzati: i resti degli “alberi di Gilboa”. Anche allora fu però possibile raccogliere solo poche informazioni sul contesto geologico degli antichi alberi, il terreno in cui crescevano e la distanza tra le loro basi. Una volta terminata la costruzione della diga, la cava venne chiusa e la foresta rimase ancora una volta nascosta. Solo nel maggio 2010 i lavori per la manutenzione della diga portarono a un parziale svuotamento del sito di estrazione. I ricercatori che monitoravano il sito scoprirono che il selciato originale della cava, finalmente dissotterrato, mostrava ancora le radici e le posizioni dei tronchi: l’antica foresta veniva finalmente alla luce, a disposizione degli studiosi.
I risultati di questi primi due anni di ricerche descrivono le basi dei cosiddetti “alberi di Gilboa” come spettacolari depressioni di circa due metri di diametro, circondate da migliaia di radici. Era già noto che questi resti pietrificati fossero i fossili di estinte piante, appartenenti alle Cladoxylopsida, che si riteneva finora fossero le uniche nella foresta di Gilboa. Una delle più grandi sorprese è stata invece la scoperta di molti sistemi orizzontali di rami spessi circa 15 centimetri, che i ricercatori hanno dimostrato appartenere a un'altra specie vegetale (Aneurophytalean progymnosperm) i cui tronchi si estendono principalmente sotto il terreno. I ricercatori, inoltre, hanno ritrovato il campione di un terzo tipo di albero, la cui morfologia è ancora ignota.
“Tutto questo dimostra che l’antica foresta di Gilboa fu un sistema ecologicamente molto più complesso di quanto ci aspettassimo, e che probabilmente il legno degli alberi conteneva molto più carbonio. Questo permetterà studi più raffinati sul modo in cui l’evoluzione delle foreste ha cambiato il nostro pianeta e quella delle prime forme di vita”, spiega Barry. Anche per questo la foresta di Gilboa rappresenta un eccezionale laboratorio a cielo aperto.
|
| |
|
| |
| |
|
| |
| |
|
| |
| |
|
| |
| |
|
| |
|
29/02/2012 | | SCOPERTI RESTI FOSSILI DI PULCI GIGANTI IN CINA |
| |
|
| Fonte: LA REPUBBLICA | | Lunghe fino a due centimetri, risalenti all'età Giurassica media e al primo Cretaceo. I resti fossili delle giganti pulci succhia-sangue sono stati ritrovati in Cina. I loro corpi sono apparsi privi di ali e presentano alcuni tratti primitivi, come le zampe posteriori non ancora adatte a spiccare i famosi balzi. Per quanto riguarda le dimensioni, le antiche pulci erano significativamente più grandi di quelle che conosciamo oggi: le femmine raggiungono infatti una lunghezza record di 20,6 millimetri, mentre i maschi arrivano fino ai 14,7 millimetri. La scoperta è stata descritta sulla rivista scientifica Nature dal gruppo coordinato da Diying Huang, ricercatore dell'Accademia cinese delle scienze che lavora presso l'Istituto di geologia e paleontologia di Nanchino.
Ma la caratteristica più impressionante di questi insetti preistorici rimane comunque il loro apparato boccale. Si tratta di un lungo sifone dentellato, più grande nelle femmine che nei maschi, che veniva usato per bucare la pelle delle vittime da cui succhiare il sangue. Apparentemente, le varie parti dell'apparato boccale sembrano molto più grandi rispetto a quelle delle pulci moderne, ma i ricercatori sottolineano che, se messe a confronto con le dimensioni di tutto il corpo, sono assolutamente proporzionate, come quelle delle loro attuali discendenti.
Un ritrovamento importante perché non solo ricostruisce la storia storia dell'evoluzione di questi fastidiosi insetti, ma serve anche per comprendere meglio come fossero fatte le loro vittime milioni di anni fa. Dalla particolare morfologia delle pulci del Giurassico è infatti possibile dedurre che avessero avuto a che fare con rettili ricoperti di peli e piume prima di adattare il loro 'palato' al sangue dei mammiferi e degli uccelli.
|
| |
|
| |
| |
|
| |
| |
|
| |
| |
|
| |
| |
|
| |
|
16/02/2012 | | SCOPERTI RESTI FI SPUGNE FOSSILI PIU' ANTICHE DI QUANTO FINORA RITENUTO POSSIBLE |
| |
|
| Fonte: FOCUS.IT | | La recente scoperta di un gruppo di ricercatori della University of St. Andrews, Scozia, potrebbe far riscrivere una pagina importante della paleontologia: gli scienziati scozzesi hanno infatti ritrovato dei fossili di spugna all'interno di rocce databili tra i 760 e i 550 milioni di anni fa.
Se la scoperta fosse confermata, significherebbe dover spostare indietro di 100-150 milioni di anni la comparsa dei primi animali sul nostro pianeta.
Le spugne si verrebbero così a trovare proprio alle radici dell'albero dell'evoluzione, tra i progenitori comuni di tutti gli altri animali, uomo compreso.
«Questa nuova datazione della nascita degli animali a 760 milioni di anni fa conferma le teorie dei genetisti, che già in passato erano arrivati a questa conclusione analizzando “l'orologio molecolare”, un metodo che consente di stabilire l'età di una specie analizzando la differenze tra il suo DNA e quello delle altre» ha spiegato ai media Tony Prave, autore della scoperta.
|
| |
|
| |
| |
|
| |
| |
|
| |
| |
|
| |
| |
|
| |
|
15/02/2012 | | SCOPERTO UN DINOSAURO CHE COVAVA LE UOVA |
| |
|
| Fonte: ANSA | | Uova e ossa: sono i resti fossilizzati di un dinosauro 'babysitter' trovati nel 2007 da uno studente italiano, oggi ricercatore, dell'università di Bologna. Le analisi del fossile individuato nel deserto della Mongolia sono state ora pubblicate sulla rivista Plos One e indicherebbero si tratti di un esemplare di Oviraptor immortalato nella roccia mentre covava un gran numero di uova, probabilmente di altri suoi simili.
"Siamo rimasti lì impalati per dieci minuti. A fissare quella parete di roccia, ridendo come bambini", ha ricordato il ricercatore, Federico Fanti, che durante la spedizione organizzata dal paleontologo canadese Philippe John Curri, ha visto "emergere dalla roccia" i resti fossili di un nido di dinosauri, con numerose uova e i resti di un adulto, molto probabilmente un Oviraptor.
La scoperta ha aperto molti interrogativi nell'evoluzione di questi dinosauri molto simili agli uccelli, primo tra tutti il numero di uova identificate nel fossile: si ritiene infatti che gli Oviraptor deponessero soltanto due uova. "Nidiate numerose come quella che abbiamo scoperto - ha spiegato Fanti - si spiegano quindi solo come frutto di deposizioni collettive, con gli adulti che collaboravano alternandosi alla cova". Fra i dinosauri quini non c'erano solo mamme, ma anche babysitter.
Altro aspetto importante emerso dallo studio sarebbe la grande longevità, in termini evoluzionistici, mostrata da questo dinosauro i cui fossili era fino a questo momento stati individuati in aree fluviali caratterizzate in passato da climi umidi. Il dinosauro scoperto in Mongolia è vissuto circa 70 milioni di anni fa, nel Tardo Cretaceo, in quello che doveva essere un ambiente desertico.
"L'Oviraptor - ha detto Fanti - è l’unico dinosauro del quale siano stati scoperti fossili in un nido, mentre covavano le uova" e dai nuovi studi emergerebbe come avesse un’organizzazione sociale particolarmente sofisticata, andando definitivamente a porre fine all'equivoco legato ai primi ritrovamenti. Questa dinosauro e' stato infatti a lungo considerato un "ladro d'uova" (Oviraptor in latino), ma scoperte più recenti hanno dimostrato che le presunte uova predate appartenevano proprio alla stessa specie e questa nuova scoperta del 'dino sitter' ne dimostrerebbe addirittura una complessa socialità.
|
| |
|
| |
| |
|
| |
| |
|
| |
| |
|
| |
| |
|
| |
|
10/02/2012 | | AD AGRIGENTO MAXI SEQUESTRO DI FOSSILI
|
| |
|
| Fonte: ADNKRONOS | | I carabinieri del nucleo Tutela patrimonio culturale della Sicilia hanno recuperato 867 reperti paleontologi, provenienti da varie località siciliane e custodite presso l'abitazione di un cittadino di Sciacca che li aveva raccolti per svariati anni.
Si tratta del più importante recupero di reperti paleontologi mai fatto nella regione. Gli importanti reperti vanno dall'era mesozoica alla quaternaria, coprendo un arco temporale che va da duecento milioni fino ad undicimila anni fa.
Tra i pezzi più interessanti, i resti di un elefante nano ed un ippopotamo nano, entrambe specie estinte che in epoca preistorica erano diffuse in Sicilia.
Il collezionista e' stato denunciato per l'illecito impossessamento di beni culturali appartenenti allo Stato.
I reperti paleontologici, così come quelli di natura archeologica, infatti, appartengono allo Stato, chiunque li rinvenga, in maniera fortuita, ha l'obbligo di farne denuncia, entro 24 ore, al soprintendente o al sindaco ovvero all'autorità di pubblica sicurezza.
Tutti i reperti saranno consegnati al Museo geologico '"G. Gemmellaro" di Palermo, un acquisto prezioso per la collezione dell'importante istituto museale che resterà patrimonio inalienabile di tutta la collettività, a disposizione di qualunque studioso voglia approfondirne la conoscenza.
|
| |
|
| |
| |
|
| |
| |
|
| |
| |
|
| |
| |
|
| |
|
17/01/2012 | | RITROVATI 314 FOSSILI RACCOLTI DA C. DARWIN |
| |
|
| Fonte: E-IL MENSILE | | Gli scienziati britannici hanno rinvenuto decine di fossili raccolti dal grande teorico dell’evoluzione Charles Darwin e dai suoi collaboratori, che erano andati perduti per più di 150 anni.
Il dottor Howard Falcon-Lang, un paleontologo della Royal Holloway University di Londra, ha dichiarato oggi di aver trovato per puro caso i vetrini contenenti i fossili lo scorso aprile in un armadio di legno che si trovava in un angolo del British Geological Survey. Attraverso la luce di una torcia che stava utilizzando per scrutare nei cassetti, Falcon-Lang ha visto un vetrino etichettato "C. Darwin Esq.", ma gli ci volle un po’ di tempo per convincersi che la firma era quella di Darwin e che il campione rinvenuto era un reperto di fondamentale importanza per la scienza. Quel vetrino era stato raccolto dal padre dell’evoluzionismo nel corso della famosa spedizione sul Beagle, che determinò la svolta nella carriera del giovane laureato di Cambridge e gettò le basi del suo futuro lavoro.
I campioni rinvenuti sono 314 e facevano parte della raccolta realizzata dallo stesso Darwin e da alcuni sui collaboratori, tra cui John Hooker, botanico e migliore amico di Darwin, e John Henslow, mentore di Darwin a Cambridge.
"Questa scoperta è semplicemente straordinaria", ha detto Falcon-Lang, "Possiamo vedere che c’è ancora molto da imparare. Ci sono ancora fossili molto molto significativi di cui ignoravamo completamente l’esistenza". Il reperto più "bizzarro" è quello di un prototaxites, un fungo di 400 milioni di anni delle dimensioni di un albero. I vetrini, "meravigliose opere d’arte" secondo l’autore del ritrovamento, contengono pezzi di legno fossile e piante apposti al vetro per essere analizzati al microscopio.
|
| |
|
| |
| |
|
| |
| |
|
| |
| |
|
| |
| |
|
| |
|
03/01/2012 | | IL PRIMO QUASI CRISTALLO EXTRATERRESTRE |
| |
|
| Fonte: ANSA | | E' di origine extraterrestre l'unico quasi cristallo mai scoperto in natura, ossia un cristallo la cui struttura è solo apparentemente regolare. Lo ha scoperto ilgruppo coordinato dall'italiano Luca Bindi, dell'università di Firenze e del Consiglio Nazionale delle Ricerche (Cnr). A differenza dei cristalli, i quasi-cristalli hanno la caratteristica di avere una struttura ordinata ma che segue schemi che non si ripeton mai, per la cui scoperta David Shechtman ha vinto il premio Nobel per la chimica 2011.
L'inclusione trovata nel frammento di meteorite è costituita da un minerale chiamato icosaedrite, composto di alluminio, rame e ferro. La sua struttura tipica di un quasi cristallo era già stata scopertanel 2009 e descritta in un articolo pubblicato su Science sempre a firma di Bindi. IL minerale trovato in questo campione è stato il primo quasi cristallo scoperto in natura ed ora, dopo le analisi condotte presso ilk California Institute of Technology (Caltech) con tecniche sofisticate, "abbiamo scoperto che il campione esaminato è di origine extraterrestre, cioè la roccia che contiene l'inclusione è un meteorite", spiega Bindi.
Scoprire l'origine del quasi cristallo è stato possibile, prosegue il ricercatore, "esaminando gli isotopi di ossigeno del campione, le cui firme, cioè i rapporti fra gli isotopi 16, 17 e 18, ci dicono che si tratta di un meteorite". Caduto in Russia, nelle montagne Koryak il meteorite è conservato presso il Museo di Storia Naturale di Firenze. "E' la prima volta – aggiunge Bindi – che in un meteorite si scopre una lega con alluminio metallico è ciò vuol dire che siamo di fronte a un nuovo tipo di meteorite il cui studio potrebbe rivelarsi importante per ricostruire la storia del Sistema Solare".
Nel meteorite i quasi cristalli sono intervallati da cristalli di metalli e silicati; il frammento contiene anche grani di stishovite, un minerale che ha una composizione chimica analoga a quella dei silicati e che si forma in condizioni estreme, come l'alta pressione tipica del mantello terrestre e nei materiali che si formano dopo gli impatti di meteoriti.
Secondo gli autori il frammento è simile ad una famiglia di meteoriti ricchi di composti organici, i meteoriti carboniosi, e potrebbe essersi formato circa 4,5 miliardi di anni fa, quando il Sistema Solare era giovanissimo. Gli eventi che hanno portato allo straordinario assemblaggio di minerali trovati nel frammento di roccia restano un mistero, sottolineano gli autori. "La scoperta - rilevano - suggerisce che i quasi cristalli, che fino alla scoperta di questo meteorite erano rappresentati solo da materiali fatti dall'uomo, possono formarsi anche in natura e restano stabili per miliardi di anni".
|
| |
|
| |
| |
|
| |
| |
|
| |
| |
|
| |
| |
|
| |
|
30/12/2011 | | DINOSAURO FOSSILE TROVATO AD ALGHERO |
| |
|
| Fonte: LA NUOVA SARDEGNA | | A Torre del Porticciolo sono emersi i resti fossili di un enorme rettile vissuto alla fine del Paleozoico, circa 270 milioni di anni fa. La scoperta è stata compiuta da un gruppo di paleontologi dell'Università di Pavia e della Sapienza di Roma. L'esemplare, affine al genere Cotylorhynchus, è il primo grande vertebrato paleozoico che viene scoperto in Italia. I resti fossili ritrovati tra le rocce a nord di Alghero, appartengono tutti allo stesso animale: era lungo circa 4 metri e faceva parte della famiglia dei caseidi, rettili erbivori simili agli attuali ippopotami. La scoperta è descritta sull'ultimo numero di Acta Palaeontologica Polonica di cui dà notizie il sito web di National Geographic. Questi grandi vertebrati erano molto diffusi nel Permiano inferiore-medio (tra i 299 e i 260 milioni di anni fa), ma trovare loro resti è un evento molto raro: gli esemplari scoperti in Europa "si contano sulle dita di una mano", spiega il paleontologo della Sapienza Umberto Nicosia che ha guidato il gruppo di ricercatori ricercatori che hanno scavato e studiato il fossile. In Europa sono stati trovati solo 4 esemplari di caseidi e questo è il primo "italiano", mentre il genere Cotylorhynchus, al quale l'esemplare sardo assomiglia molto, fino a ora sembrava fosse diffuso solo in una ristretta area degli Stati Uniti d'America.
La famiglia dei caseidi faceva parte della classe dei sinapsidi, da cui si sono poi evoluti molti milioni di anni dopo i mammiferi. Questa scoperta consente di definire con maggiore precisione la presenza di questi animali in Europa, e soprattutto conferma l'ipotesi di una continuità terrestre tra il Nord America e il continente europeo che, durante il Permiano, avrebbe permesso la migrazione di questi grandi animali. Durante il Paleozoico, 270 milioni di anni fa, Sardegna e Corsica erano ancora saldate alle coste provenzali. Ma a partire dall'Oligocene, circa 30 milioni di anni fa, la micro-placca continentale costituita dalle due grandi isole iniziò a separarsi dalla placca europea, e ruotando verso est raggiunse la posizione attuale circa 16 milioni di anni di anni fa. "Abbiamo studiato nel dettaglio e per molti anni queste successioni continentali permotriassiche, che affiorano in modo spettacolare lungo la costa a nord di Capo Caccia, senza mai imbatterci nel benché minimo fossile", spiega Ausonio Ronchi, stratigrafo del Dipartimento di Scienze della Terra a Pavia. "Poi, per un incredibile colpo di fortuna e grazie alla vista acuta dei nostri studenti Marco Morandotti ed Enrico Bortoluzzi, da questi antichi terreni fluviali sono affiorati i resti di una colonna vertebrale".
In cinque campagne di scavo sono state riportati alla luce decine di frammenti ossei, di cui alcuni ancora in connessione anatomica, fatto estremamente raro. I reperti sono stati studiati presso i laboratori della Sapienza, e una volta completate le ricerche torneranno in Sardegna per essere esposti in qualche museo. Il grande rettile, sostengono gli studiosi, probabilmente morì in seguito al crollo di un argine fluviale. L'animale subì poi un rapido seppellimento e ciò spiegherebbe anche perché sulle ossa non ci siano né segni di un lungo trasporto, né tracce di predatori carnivori. I caseidi erano animali molto grandi - potevano raggiungere i 6 metri di lunghezza - e piuttosto sgraziati: avevano un collo cortissimo e una testa molto piccola e sproporzionata rispetto al resto del corpo, mentre le zampe erano particolarmente possenti. |
| |
|
| |
| |
|
| |
| |
|
| |
| |
|
| |
| |
|
| |
|
16/12/2011 | | MARTE ED OLIVINA |
| |
|
| Fonte: ASTROBIOLOGY | | Un team di scienziati dell’Oregon ha prelevato microbi dal ghiaccio all’interno di un tubo di lava nelle Cascade Mountains e ha scoperto che possono sopravvivere a basse temperature, in condizioni simili a quelle che si trovano su Marte.
I microbi tollerano temperature vicine allo zero e bassi livelli di ossigeno, e possono crescere in assenza di alimenti organici. In queste condizioni il loro metabolismo è guidato dalla ossidazione del ferro da olivina, un minerale vulcanico comune trovato nelle rocce del tubo di lava. Questi fattori rendono i microbi capaci di vivere nel sottosuolo di Marte e di altri corpi planetari, secondo gli scienziati.
“Questo microbo è fra i generi più comuni di batteri sulla Terra”, ha detto Amy Smith, una studentessa al dottorato della Oregon State University e fra gli autori dello studio. “È possibile trovare batteri simili nelle grotte, sulla pelle, sul fondo del mare: un po’ ovunque. Ciò che è diverso in questo caso, sono le sue qualità uniche che gli permettono di crescere in condizioni simili a quelle del pianeta Marte.”
In laboratorio a temperatura ambiente e con normali livelli di ossigeno, gli scienziati hanno dimostrato che i microbi possono consumare materiale organico (zucchero). Ma quando i ricercatori hanno rimosso il materiale organico, ridotto la temperatura vicino allo zero, e abbassato i livelli di ossigeno, i microbi hanno cominciato ad usare il ferro con l’olivina – un materiale comune che si trova nelle rocce vulcaniche sulla Terra e su Marte – come fonte di energia.
“Questa reazione che coinvolge un minerale comune delle rocce vulcaniche semplicemente non era mai stato documentato prima,” ha dichiarato Martin Fisk, un professore dell’ OSU College of Earth, Ocean, and Atmospheric Sciences e autore dello studio. “Nelle rocce vulcaniche direttamente esposte all’aria e a temperature più elevate, l’ossigeno nell’atmosfera ossida il ferro prima che i microbi possono usarlo. Ma nel tubo di lava questo non accade.
“Imitando queste condizioni, abbiamo ottenuto che i microbi ripetessero il comportamento in laboratorio,” ha aggiunto Fisk.
I microbi sono stati raccolti da un tubo di lava vicino a Newberry Crater nelle montagne dell’Oregon Cascades, ad un’altitudine di circa 5.000 metri. Erano all’interno del ghiaccio sulle rocce a circa 100 metri all’interno del tubo di lava.
In realtà, Fisk ha esaminato un meteorite proveniente da Marte che conteneva tracce che potrebbero indicare il consumo di microbi. Tracce simili sono state trovate sulle rocce nel tubo di lava Newberry Crater.
“Le condizioni nei tunnel di lava sono così dure come su Marte”, ha detto Fisk. “Su Marte, le temperature raramente arrivano al punto di congelamento, i livelli di ossigeno sono bassi e in superficie l’acqua liquida non è presente. Ma è stato ipotizzato che l’acqua sia presente nel sottosuolo più caldo di Marte. Anche se questo studio non riproduce esattamente quello che si potrebbe trovare su Marte, indica però che i batteri possono vivere in condizioni simili.
“Sappiamo per esame diretto, così come attraverso le immagini satellitari, che l’olivina è presente nelle rocce marziane”, ha aggiunto Fisk. “E ora sappiamo che l’olivina può sostenere la vita microbica”.
“Quando la temperatura e la pressione atmosferica su Marte erano più alti, come lo sono stati in passato, gli ecosistemi basati su questo tipo di batteri sarebbero potuti fiorire”, ha detto Radu Popa assistente professore alla Portland State University e autore dello studio. “Le impronte digitali lasciate dai batteri sulle superfici minerali possono essere utilizzate dagli scienziati come strumenti per analizzare se la vita sia mai esistita su Marte.” |
| |
|
| |
| |
|
| |
| |
|
| |
| |
|
| |
| |
|
| |
|
08/12/2011 | | MARTE: SCOPERTI CRISTALLI DI GESSO |
| |
|
| Fonte: CORRIERE DELLA SERA | | Nuova conferma (indiretta) della presenza di acqua sulla superficie di Marte. Il rover Opportunity ha riscontrato tracce di un minerale,probabilmente gesso, che proverebbe come nel passato del pianeta rosso fosse presente acqua liquida nel sottosuolo. La scoperta è stata presentata il 7 dicembre al convegno dell'American Geophysical Union a San Francisco. Le tracce sono state identificate in una porzione del bordo del cratere Endeavour.
La venatura studiata dal veicolo automatico della Nasa - che ha battuto ogni record di durata e ha percorso 34,5 km dall'aprile 2004 - è lunga 40-50 centimetri e larga 1-2 cm. Lo spettrometro ha rinvenuto calcio e zolfo presenti in un rapporto simile a quello del solfato di calcio, un composto che può esistere in diverse forme a seconda della quantità di acqua legata alla struttura cristallina del minerale. Dalle prime analisi, la sostanza presente sulla superficie marziana sarebbe una forma idrata del composto, probabilmente gesso.
L'acqua avrebbe formato questo deposito dissolvendo il calcio contenuto nelle rocce vulcaniche. Il minerale si sarebbe poi combinato con lo zolfo (filtrato anch'esso dalle rocce oppure portato dai gas vulcanici) e si sarebbe depositato sotto forma di solfato di calcio in una frattura del sottosuolo che, con il tempo, sarebbe arrivata a essere esposta sulla superficie del pianeta. L'elevata concentrazione di solfato di calcio presente nella venatura si sarebbe formata in condizioni meno acide rispetto a quelle che avrebbero originato altri depositi di solfato rinvenuti da Opportunity. «Potrebbe essersi formata in un altro tipo di ambiente acquoso, più adatto per ospitare una grande varietà di organismi viventi», ha commentato Benton Clark, esperto dello Space Science Institute di Boulder, in Colorado, che lavora nel gruppo scientifico che segue Opportunity.
Lo scorso 26 novembre la Nasa ha lanciato da Cape Canaveral la missione che il prossimo anno arriverà su Marte e sbarcherà Curiosity, un vero Suv destinato all'esplorazione avanzata del pianeta. |
| |
|
| |
| |
|
| |
| |
|
| |
| |
|
| |
| |
|
| |
|
25/11/2011 | | SCOPERTE NUOVE 18 SPECIE DI MINERALI ALL'ISOLA DI VULCANO |
| |
|
| Fonte: ANSA | | Sono 18, e alcune di queste sono uniche al mondo, le nuove specie di minerali individuate nelle isole Eolie, a Vulcano. La scoperta è il risultato della convenzione firmata tra la sezione napoletana dell'Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (Ingv), ossia l'Osservatorio Vesuviano, e il dipartimento di Chimica strutturale e stereochimica inorganica dell'università di Milano.
"Altri 38 minerali sono allo studio e ancora da definire", ha detto, Massimo Russo, dell'Ingv, autore della ricerca con Italo Campostrini, Carlo Maria Gramaccioli e Francesco De Martin, dell'Università di Milano.
"Sono minerali di origine fumaroliche - ha aggiunto- e al momento minerali di questo tipo non sono stati trovati altrove. Rientrano comunque nella composizione probabile delle specie che possono che possono essere presenti in vulcani analoghi". La descrizione dei nuovi minerali, pubblicata dall'Associazione Micromineralogica Italiana (Ami) nel volume "Vulcano - tre secoli di storia", è stata approvata dall'Organizzazione Mineralogica Internazionale (Ima), composta di mineralogisti di tutto il Mondo, che funge da organismo di controllo all'approvazione di nuovi minerali.
Sono più di cento le specie di minerali finora documentate su Vulcano e 25 di queste al momento sono state trovare soltanto su questa isola. Sono state scoperte utilizzando strumenti di nuova generazione, come microscopi elettronici a scansione (Sem) con analizzatore (Ede) per valutare la composizione chimica, insieme a diffrattometri a raggi-X per polveri e per cristallo singolo. Grazie a questi stessi strumenti, negli ultimi 20 anni il numero delle specie di minerali note nel mondo è aumentato da 2000 a 4700.
|
| |
|
| |
| |
|
| |
| |
|
| |
| |
|
| |
| |
|
| |
|
15/11/2011 | | NUOVA OPERAZIONE DI RECUPERO FOSSILI DETENUTI ILLEGALMENTE |
| |
|
| Fonte: LA REPUBBLICA | | Un vero "Jurassic Park" privato. Un parco a tema di oltre seimila reperti fossili, antichi fino a 67 milioni di anni fa, di varia natura e tipologia, con frammenti ossei di pochi centimetri e pezzi di almeno due metri, che avrebbero fatto invidia alle fantasie di Steven Spielberg. E' il tesoro paleontologico che si era creato illecitamente un cittadino cinquantenne di San Candido, in provincia di Bolzano, appassionato di dinosauri, scoperto dai carabinieri del Comando tutela patrimonio culturale.
Tra i vari reperti, spiccano tre straordinarie uova fossili di dinosauro erbivoro, il Telmatosaurus transsylvanicus, che arrivava alla lunghezza media di sei metri. Due di queste, sottoposte a indagini paragonabili a una vera Tac hanno svelato al loro interno un cucciolo di dinosauro. Il valore stimato per questi "piccoli" reperti, ciascuno di almeno sessanta centimetri di lunghezza, è di circa 500mila euro.
Sono questi la chiave di volta dell'operazione di recupero, illustrata oggi dal generale Pasquale Muggeo, presso la sede romana dell'Ambasciata di Romania.
"L'operazione è iniziata in seguito alla segnalazione da parte della polizia romena del furto delle due uova fossili di dinosauro erbivoro dall'importante sito paleontologico di Tustea", racconta Muggeo. Il trafugamento era avvenuto nei primi mesi del 2005, ma la svolta è arrivata solo nel 2009 grazie a una "spavalderia" che è costata cara ai tombaroli di dinosauri. "I malviventi non hanno resistito alla suggestione dei reperti - dice Muggeo - e hanno messo su internet la foto trionfante di una donna col reperto, che l'ha traditi. Tramite la foto abbiamo individuato il gruppo: due romeni, un austriaco e un italiano".
E proprio l'italiano ha riservato non poche sorprese al Nucleo dei Carabinieri di Venezia. Si tratta di un cittadino altoatesino, cinquantenne, conosciuto dalle autorità archeologiche della Provincia Autonoma di Bolzano e soprattutto dal Museo di Scienze naturali dell'Alto Adige. In accordo con l'Autorità giudiziaria di Bolzano si è proceduto alla perquisizione della casa a San Candido. "Qui non solo sono state trovate le due uova fossili rubate in Romania - racconta il generale Muggeo - ma anche una terza dello stesso tipo che gli esami tecnici sulle incrostazioni terrose e calcaree hanno permesso di stabilire provenire dal medesimo sito romeno. Reperti tra i più unici al mondo".
Oltre a queste, però, sono saltati fuori ben 6.400 reperti fossili di varia tipologia risalenti a 67 milioni di anni fa. "L'uomo è un cinquantenne collezionista appassionato di dinosauri e conosciuto in tutte le Dolomiti - dice Muggeo - E' ben noto allo stesso museo che lo aveva anche autorizzato a fare scavi, da cui però si era appropriato di alcuni pezzi e poi aveva tentato di rivenderli all'istituzione. Ha anche scritto un libro sul settore".
Il collezionista di Jurassic Park, deferito per ricettazione, ricerche archeologiche non autorizzate e impossessamento illecito di beni culturali, aveva anche un "compagno di merende". "Dalle perquisizioni sono emersi elementi che hanno allargato le indagini ad un altro cittadino della provincia di Pordenone che ci ha consentito di recuperare 5.000 reperti". Tutti indagati.
Se le tre uova di dinosauro erbivoro saranno restituite alla Romania, i circa 11.400 pezzi rimarranno in Italia: "Riteniamo che sia tutto materiale di provenienza altoatesina - avverte Muggeo - anche sulla base della testimonianza del cittadino che ha confessato che gli scavi clandestini sono stati localizzati in Alto Adige. Ora le indagini scientifiche accerteranno la provenienza e a quel punto verranno consegnati alle strutture conservative di pertinenza".
|
| |
|
| |
| |
|
| |
| |
|
| |
| |
|
| |
| |
|
| |
|
08/11/2011 | | CAVALLI PREISTORICI A POIS |
| |
|
| Fonte: ANSA | | Erano realistici i cavalli 'a pois' dipinti sulle pareti delle caverne nel Paleolitico. Finora si credeva che quella colorazione fosse una trovata artistica, ma un'analisi genetica condotta dall'Istituto tedesco Leibnix per le ricerche sulla natura di Berlino dimostra che fra i cavalli preistorici molti avevano realmente quell'aspetto. La ricerca, pubblicata sulla rivista dell'Accademia delle Scienze degli Stati Uniti (Pnas), si è basata sul materiale prelevato da 31 cavalli fossili trovati in Siberia, Europa Orientale, Europa Occidentale e penisola iberica. Alcuni dipinti delle caverne del Paleolitico, come la grotta di Pech-Merle in Francia, che risale a pià di 25.000 anni fa, raffigurano cavalli bianchi con macchie scure e gli esperti si sono sempre chiesti se queste opere descrivessero accuratamente la colorazione dei cavalli che vivevano in quel tempo o se avessero significati più profondi, astratti o simbolici. Il dubbio nasceva dal fatto che finora studi genetici su fossili di cavalli preistorici hanno riscontrato evidenze di cavalli colorati di nero e bai, cioè con crini ed estremità nere e corpo marrone. Lo studio è' il primo a fornire la prova che anche nella preistoria esistevano cavalli bianchi e dimostra che le pitture rupestri dei cavalli sono più realistiche e meno simboliche o fantastiche di quanto si credesse. Esaminando il Dna dei fossili, i ricercatori hanno scoperto che una mutazione genetica associata a un mantello bianco con macchie nere, chiamato a macchia di leopardo, è presente in sei fossili di cavalli europei. Inoltre nel Dna di 18 dei cavalli esaminati è stato identificato il gene responsabile del mantello baio, mentre nel genoma di 7 fossili una variante associata al colore nero. Il risultato fa concludere ai ricercatori che tutti i colori dei cavalli facilmente distinguibili nelle pitture rupestri erano realistici.
|
| |
|
| |
| |
|
| |
| |
|
| |
| |
|
| |
| |
|
| |
|
03/11/2011 | | COMPARSA DELL'HOMO SAPIENS IN EUROPA: NUOVI DATI. |
| |
|
| Fonte: ANSA | | L'Homo sapiens è in Europa da oltre 40.000 anni ed ha convissuto a lungo con l'uomo di Neanderthal molto a lungo, ma senza scambi ne' culturali ne' genetici. Lo rivela l'analisi dei fossili, tra i quali un dentino da latte, trovati in Italia e in Gran Bretagna, i cui risultati sono pubblicati su Nature.
I fossili che hanno permesso di aggiungere un nuovo tassello alla storia dell'Homo sapiens sono quelli trovati della Grotta del Cavallo, in Puglia, e in Gran Bretagna, nel Devon.
I fossili risultano essere i più antichi resti di Homo Sapiens finora noti. Si pensava, infatti, che l'Homo sapiens fosse apparso in Europa intorno a circa 35.000 anni fa, in Romania, "ma i ritrovamenti fatti in Puglia nella grotta Grotta del Cavallo di Uluzzo sono i più antichi esistenti e dimostrano che il suo arrivo dall'Africa è precedente di alcuni millenni", ha spiegato l'antropologo Francesco Mallegni, dell'università di Pisa, che ha collaborato allo studio.
Le nuove analisi, eseguite da un gruppo internazionale del quale fanno parte le universita' di Pisa e Siena, fanno inoltre luce su una lunga querelle che ha appassionato gli addetti ai lavori sulla possibilita' che i Neanderthal e l'uomo moderno abbiamo condiviso scambi culturali e tecnologici e se i primi avessero evoluto una loro cultura, rimasta a lungo avvolta nel mistero e definita in Italia come Uluzziana.
"Negli ultimi dieci anni, grazie a nuove tecniche di datazione dei reperti e di analisi del Dna abbiamo rivisto il quadro cronologico di riferimento che hanno permesso di ricostruire un quadro piu' chiaro", ha spiegato Laura Longo, paleoantropologa del Museo di Storia Naturale di Verona e dell'Ufficio Centro Storico di Firenze dell'Unesco.
Il rinvenimento in Puglia, diversi anni fa, di alcuni resti umani considerati erroneamente Neanderthal e delle testimonianze della presenza di una cultura in grado di fabbricare utensili aveva fatto pensare all'esistenza di un incrocio culturale e genetico tra le due specie in una fase di 'transizione', che si concluse con il sopravvento dei Sapiens sui Neanderthal. La nuova datazione e la correzione di attribuzione dei fossili pugliesi, Sapiens non più Neanderthal, chiarisce come la cultura di 'transizione' o Uluzziana fosse originata dagli Homo Sapiens.
"Possiamo dire con certezza che c'è stato un lungo periodo, di circa 10.000 anni, di coesistenza tra i due gruppi", ha spiegato Longo, considerata la 'mamma' del Neanderthal dai capelli rossi grazie ai suoi studi genetici su un fossile rinvenuto a Riparo Mezzana. "L'Italia ha dato un contributo fondamentale a risolvere questa lunga querelle" ha concluso Longo. "Grazie ai siti del Nord Italia e agli scavi in Puglia, coordinati da Annamaria Ronchitelli dell'Università di Siena, siamo arrivati alle conclusioni che i due gruppi non hanno avuto scambi, e che i Sapiens, grazie a tecnologie più efficaci e a gruppi più numerosi, hanno gradualmente tolto gli spazi vitali ai Neanderthal". |
| |
|
| |
| |
|
| |
| |
|
| |
| |
|
| |
| |
|
| |
|
27/10/2011 | | I DINOSAURI ERANO MIGRATORI |
| |
|
| Fonte: ANSA | | Anche i grandi dinosauri erbivori erano migratori. Questi giganteschi vertebrati, i più grandi che siano mai comparsi sulla Terra, si spostavano stagionalmente dalle pianure fino agli altipiani percorrendo centinaia di chilometri alla ricerca di acqua e cibo. Lo dimostra uno studio pubblicato su Nature e condotto su resti fossili di denti di dinosauro dai geologi statunitensi del Colorado College.
La capacità migratoria dei grandi sauropodi è stata svelata per la prima volta dall'analisi dei resti fossili di 32 denti di Camarasaurus, un grosso erbivoro di diciotto metri di lunghezza vissuto nel Nord America nel tardo Giurassico (circa 145 milioni di anni fa) e caratterizzato da un collo più corto rispetto alla lunga coda. I geologi guidati da Henry Fricke hanno esaminato i resti dello smalto dei denti fossili alla ricerca di particolari isotopi dell'ossigeno che rivelassero gli habitat in cui avevano vissuto questi dinosauri giganti.
Confrontando i dati con quelli ricavati da campioni di suolo risalenti al Giurassico, i ricercatori hanno scoperto che alcune popolazioni di questi animali migravano stagionalmente alla ricerca di habitat più favorevoli. Per questo si spostavano dagli alvei dei fiumi che correvano lungo le pianure, caratterizzate da periodi di siccità, verso gli altipiani, percorrendo anche 300 chilometri alla ricerca di cibo e acqua. |
| |
|
| |
| |
|
| |
| |
|
| |
| |
|
| |
| |
|
| |
|
23/10/2011 | | LE CYCAS FORSE NON SONO COSI' ANTICHE COME SI PENSAVA |
| |
|
| Fonte: SCIENCE EXPRESS | | Le Cycas, genere di piante gimnosperme appartenente alla famiglia delle Cycadaceae da sempre ritenute dei fossili viventi, probabilmente non sono così antiche come si pensava: uno studio condotto dall'Università di Berkeley e pubblicato sulla rivista Science Express riconduce infatti l'origine degli esemplari attualmente viventi a poche milioni di anni fa, smentendo le precedenti convinzioni che le riconducevano al Cretaceo (145-65 milioni anni fa).
Piante dall'aspetto simile a palme ma sistematicamente più simili alle conifere, le Cycas sopravvivono attualmente nelle regioni tropicali e subtropicali, contando circa un centinaio di specie differenti alcune delle quali a grave rischio di estinzione.
La ricerca in questione ha utilizzato prove molecolari per dimostrare che le Cycas oggi presenti sulla Terra non sarebbero sopravvissute all'estinzione dei dinosauri (alla fine del Cretaceo, circa 65 milioni di anni fa), ma deriverebbero tutte da una comune esplosione evolutiva avvenuta nella famiglia delle Cycadaceae solo 12 milioni di anni fa. |
| |
|
| |
| |
|
| |
| |
|
| |
| |
|
| |
| |
|
| |
|
10/10/2011 | | SCOPERTA ABBONDANTE PRESENZA DI TITANIO SULLA SUPERFICIE LUNARE |
| |
|
| Fonte: AMERICAN ASTROMONICAL SOCIETY | | La Luna è una miniera di titanio, metallo raro e prezioso: lo dimostrano le ultime analisi cartografiche del nostro satellite effettuate dalla sonda statunitense Lunar Reconaissance Orbiter (Lro).
Grazie alle immagini ottenute utilizzando sette lunghezze d'onda differenti i ricercatori sono infatti riusciti a dedurre alcune caratteristiche chimiche e geologiche della superficie lunare: tra queste, una relativa abbondanza di ferro e titanio, quest'ultima dieci volte superiore a quella delle rocce terrestri.
Il titanio è estremamente ricercato perché sebbene sia resistente come l'acciaio ha un peso specifico pari alla metà: sula Luna si trova principalmente in un minerale detto "ilmenite", composto de titanio, ferro e ossigeno.
Ciò che non è certo, è il motivo per cui le rocce terrestri abbiano concentrazioni di titanio ben inferiori rispetto alle rocce lunari. Potrebbe significare che al momento della formazione, l’interno della Luna avesse meno ossigeno. I dati dell’Apollo mostrano che i minerali ricchi di titanio risultano più efficienti nel trattenere le particelle del vento solare, come l’elio e idrogeno. Questi gas offrirebbero anche una risorsa vitale per i futuri abitanti umani delle colonie lunari. La nuova mappa è uno strumento prezioso per la pianificazione di eventuali esplorazioni lunari. Nel corso del tempo i materiali presenti sulla superficie lunare sono alterati dall’impatto delle particelle cariche del vento solare e dall’alta velocità di impatto con i micrometeoriti. Questi processi finiscono per polverizzare la roccia in una polvere fine e alterano la composizione chimica della superficie e quindi il suo colore. “Una delle scoperte più entusiasmanti che abbiamo fatto è che gli effetti degli agenti atmosferici appaiono molto più rapidamente a raggi ultravioletti rispetto al visibile o all’infrarosso. I mosaici hanno dato anche importanti indizi sul motivo per cui vortici lunari – caratteristiche sinuose associate ai campi magnetici sulla crosta lunare – siano altamente riflettenti. I nuovi dati suggeriscono che quando un campo magnetico è presente, devia il vento solare, rallentando il processo di maturazione e la conseguente turbolenza luminosa. Il resto della superficie lunare, che non beneficia dello scudo protettivo di un campo magnetico, presenta una più rapida erosione provocata dal vento solare. Questo risultato potrebbe suggerire che il bombardamento di particelle cariche può essere più importante delle micrometeoriti nel agenti atmosferici la superficie della Luna.
|
| |
|
| |
| |
|
| |
| |
|
| |
| |
|
| |
| |
|
| |
|
27/08/2011 | | SCOPERTI BATTERI FOSSILI DI 3.4 MILIARDI DI ANNI FA |
| |
|
| Fonte: LA REPUBBLICA | | Sono la più antica traccia di vita conosciuta e probabilmente tra i primi viventi ad aver popolato la Terra dei primordi, dove l'atmosfera era composta principalmente da zolfo, metano e CO2 e si susseguivano violenti terremoti e eruzioni. Sono stati ritrovati in Australia da un gruppo di ricercatori delle università Western Australia e Oxford che hanno pubblicato il loro lavoro su Nature Geoscience. Questi microorganismi, datati circa 3.4 miliardi di anni, utilizzavano zolfo per reperire energia e sono stati rinvenuti in alcune rocce associati a piccoli cristalli di pirite, probabilmente formati come prodotto del metabolismo cellulare basato su zolfo e solfati. "Finalmente abbiamo la prova che la vita sia comparsa oltre 3.4 miliardi di anni fa e che all'epoca vivessero batteri che non utilizzavano ossigeno", ha spiegato Martin Brasier, uno degli autori della scoperta. All'epoca la Terra era molto più calda di ora, l'acqua dei mari raggiungeva temperature di 40-50 C, e le terre emerse erano molto piccole; questa nuova scoperta conferma le tesi secondo le quali le prime forme di vita avessero un metabolismo basato sullo zolfo. "Questo tipo di batteri è ancora molto comune", ha proseguito Brasier. " facile trovarli in luoghi carenti di ossigeno come pozze calde o camini idrotermali". I fossili sono stati rinvenuti in uno dei più antichi giacimenti di rocce sedimentarie e sono rimaste perfettamente conservate le strutture cellulari. |
| |
|
| Solfobatteri |
| |
|
| |
| |
|
| |
| |
|
| |
| |
|
| |
|
21/08/2011 | | LA TARTARUGA FOSSILE DIMENTICATA |
| |
|
| Fonte: L'ARENA | | Qualche anno fa, sulle Masue, non lontano dal Castelliere di Guàite, i fratelli Vincenzo e Fernando Marconi di Cona, con cave e laboratorio per la lavorazione della Scaglia rossa, conosciuta come Pietra di Prun o della Lessinia, nell'estrarre una lastra osservarono sulla stessa lo scheletro fossile di una grande tartaruga. Come obbliga la legge, andarono subito in Comune a Sant'Anna d'Alfaedo a denunciare la scoperta affinché, qualcuno addetto ai lavori, provvedesse al suo recupero. Ritenendo che in cava il fossile non fosse al sicuro, caricarono su un trattore la pesante pietra per portarla nella corte di casa.
«Malgrado vari solleciti perché qualcuno venisse a prendersela, oltretutto disturbava», affermano gli scopritori, «è rimasta lì per mesi, per anni». A risolvere la questione ci voleva l'intervento del sindaco, Valentino Marconi, non nuovo, quando occorre, a battere i pugni sul tavolo.
E così, dopo un opportuno restauro effettuato dalla ditta Cerato Ichtys di Massimiliano Cerato, di Bolca, col contributo del Parco e della Comunità montana della Lessinia, la lastra di circa 2 metri per 2, con inglobata la grande tartaruga fossile, incorniciata gratuitamente con una lamina di ferro dalla ditta Fratelli Antolini srl Costruzioni meccaniche di Giare, fa ora bella mostra all'ingresso del prestigioso teatro comunale.
|
| |
|
| |
| |
|
| |
| |
|
| |
| |
|
| |
| |
|
| |
|
21/07/2011 | | UNA LUCERTOLA FOSSILE INCINTA APRE UNA NUOVA PISTA |
| |
|
| Fonte: ANSA | | Arriva dalla Cina e risale a 120 milioni di anni fa, il fossile di una lucertola incinta e nel quale sono riconoscibili ben 15 embrioni: è la prova piu' antica che alcuni rettili primitivi (come lucertole e serpenti) non si riproducevano con le uova.
A dimostrare che questo accadeva molto prima del previsto, ossia all'inizio del Cretaceo, è la ricerca pubblicata sulla rivista Naturwissenschaften e condotta dal britannico University College London (Ucl) e dall'Accademia Cinese delle Scienze di Pechino.
Al fossile della lucertola, lungo una trentina di centimetri esclusa la coda, sono attaccati gli scheletri di 15 piccoli ad uno stadio di sviluppo simile a quello degli embrioni maturi delle moderne lucertole. La mamma lucertola, lunga probabilmente e' morta pochi giorni prima del parto.
"In precedenza si riteneva che le lucertole si fossero adattate a partorire successivamente ai mammiferi, ma adesso sembra che lo abbiano fatto contemporaneamente", osserva la coordinatrice della ricerca, Susan Evans, del dipartimento di Biologia dello sviluppo della Ucl. "Questo esemplare - ha aggiunto - è il piu' antico mai visto". La sua esistenza ci dice che l'adattamento fisiologico che permette di fornire agli embrioni un afflusso di sangue adeguato è avvenuto molto precocemente.
Il fossile della lucertola è stato trovato nella Cina nord-orientale, nel gruppo Jehol, lo stesso sito nel quale finora sono stati scoperti centinaia di fossili di pesci, anfibi, uccelli e mammiferi, oltre a piante e invertebrati. La lucertola incinta appartiene alla specie Yabeinosaurus. "Sappiamo che viveva vicino all'acqua e forse era in grado di nuotare, sebbene vivesse soprattutto sulla terraferma", ha osservato ancora Evans. "In questo modo - ha concluso - avrebbe potuto portare piu' facilmente in salvo i suoi piccoli fuggendo in acqua per sfuggire a un dinosauro affamato".
|
| |
|
| La lucertola ritrovata con accanto 15 embrioni |
| |
|
| |
| |
|
| |
| |
|
| |
| |
|
| |
|
17/06/2011 | | SCOPERTO FOSSILE DI SPINOSAURO IN AUSTRALIA |
| |
|
| Fonte: LA STAMPA | | La scoperta di un fossile di spinosauro in Australia dimostra che quel gruppo di dinosauri, di cui si conosceva la presenza in Europa, Africa e Sudamerica, si era spinto fino all’Australia. Il fossile, trovato a Capo Otway sulla costa a sud di Melbourne, è stato identificato come un pezzo di vertebra del collo. È lungo appena 4 cm, ma la sua forma unica indica che apparteneva indubbiamente a un piccolo spinosauro di circa 2 metri, una specie carnivora caratterizzata dalla "vela" dorsale di lunghe spine connesse da un sottile strato di pelle.
La scoperta "riscrive" l’evoluzione di quel gruppo di dinosauri, scrive sulla rivista Biology Letters la paleontologa Patricia Vickers-Rich dell’Università Monash di Melbourne, che ha guidato la ricerca. È un’ulteriore prova della distribuzione globale dei dinosauri nel primo periodo Cretaceo, più di 105 milioni di anni fa, quando la terraferma formava un supercontinente, chiamato Pangea.
«Fino ad ora si riteneva che vi fossero gruppi distinti di dinosauri nell’emisfero nord e in quello sud. I nuovi ritrovamenti stanno cambiando la maniera in cui pensiamo,indicano che in quel periodo vi era ancora una fauna universale, che non si era differenziata», aggiunge. Quando gli spinosauri e i tirannosauri vagavano per le pianure polari, l’Australia era ancora connessa all’Antartide. «Molte delle recenti scoperte fossili in Australia mostrano che gli animali si potevano distribuire ampiamente attraverso tutta la Pangea». |
| |
|
| |
| |
|
| |
| |
|
| |
| |
|
| |
| |
|
| |
|
17/06/2011 | | I PRIMI MICRORGANISMI AVEVANO UNA CORAZZA ANTIFREDDO |
| |
|
| Fonte: ANSA | | I primi microrganismi comparsi sulla Terra dopo la prima glaciazione, 710 milioni di anni fa, avevano sviluppato delle vere e proprie 'corazze' per resistere alla rigidità del clima. E' quanto rivelano centinaia di piccolissimi fossili rinvenuti in Africa, nel Nord della Namibia, e in Mongolia, da un gruppo di ricercatori dell'università di Harvard e del Massachusetts Institute of Technology (Mit) che, insieme a quelli dello Smith College, pubblicheranno i risultati dei loro studi su Earth and Planetary Science Letters. I fossili, estratti dalle rocce in cui erano intrappolati e osservati al microscopio elettronico, sono i resti di microrganismi simili ad amebe, che sono sopravvissuti al rigido clima post-glaciale proprio creandosi delle corazze da cui sbucavano con delle minuscole protrusioni simili a 'zampe'. Le 'armature', fatte con minerali recuperati dall'ambiente esterno, hanno forme diverse: quelle rinvenute nelle rocce della Namibia sono tondeggianti, mentre quelle della Mongolia sono piu' cilindriche. Questa varietà fa pensare che la vita dopo la fine della glaciazione si sia ripresa molto velocemente. ''Conosciamo abbastanza bene quello che è accaduto fino alla prima glaciazione - spiega la coordinatrice dello studio, Tanja Bosak - ma non abbiamo idea di quello che è successo dopo. Con questa scoperta iniziamo a capire che c'erano molte più forme di vita di quante pensassimo''.
|
| |
|
| |
| |
|
| |
| |
|
| |
| |
|
| |
| |
|
| |
|
09/06/2011 | | IN UNA GROTTA DEL GARGANO, FORSE SCOPERTE OSSA DI DINOSAURO |
| |
|
| Fonte: BLOG AMARA TERRA MIA | | Il Gruppo Speleologico Montenero, di San Marco in Lamis, ha trovato ossa di considerevoli dimensioni che fuoriescono dalla parete rocciosa di una grotta del Gargano (il luogo non è stato reso noto per ovvie ragioni). Le ossa potrebbero appartenere ad un grande mammifero oppure ad un rettile. |
| |
|
| |
| |
|
| |
| |
|
| |
| |
|
| |
| |
|
| |
|
08/06/2011 | | UN UOMO DI 55 ANNI, FORSE IN CERCA DI MINERALI, E' DECEDUTO IN MONTAGNA |
| |
|
| Fonte: TICINONEWS | | Un bernese di 55 anni è morto sopra Ernen (VS) in Svizzera, nella valle di Goms, dopo essere precipitato in un crepaccio. Secondo la polizia vallesana, l'uomo si trovava nella regione alla ricerca di minerali. Il suo corpo senza vita è stato rinvenuto dai soccorritori di Air Zermatt e dai membri della colonna di soccorso di Goms.
|
| |
|
| |
| |
|
| |
| |
|
| |
| |
|
| |
| |
|
| |
|
25/05/2011 | | OCSE: MULTINAZIONALI LIMITINO SFRUTTAMENTO MINERALI CHE CREANO CONFLITTI |
| |
|
| Fonte: ASCA | | Nuove linee guida dell'Ocse per promuovere un comportamento aziendale nel rispetto dei diritti umani da parte delle multinazionali e responsabilizzare lo sfruttamento dei minerali che generano i conflitti. Quelli piu' estratti sono coltan, tungsteno e oro, ma anche stagno, wolframite e cassiterite. Sono quarantadue i paesi che si impegneranno con nuove e piu' severe norme di comportamento aziendale attraverso delle linee guida messe a punto per le multinazionali: si tratta dei 34 paesi dell'Ocse (Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico) insieme ad Argentina , Brasile, Egitto, Lettonia, Lituania, Marocco, Peru' e Romania.
Le linee guida, non vincolanti, comprendono nuove raccomandazioni sull'abuso dei diritti umani e stabiliscono che le imprese li rispettino in ogni paese in cui operano. Le aziende dovrebbero anche rispettare le norme ambientali e del lavoro: pagare salari decenti, combattere le estorsioni e promuovere il consumo sostenibile.
''La comunita' delle imprese condivide la responsabilita' del ripristino della crescita e della fiducia nei mercati - ha detto il segretario generale dell'Ocse, Angel Gurria -.
Queste linee guida aiuteranno il settore privato a far crescere il proprio business in modo responsabile, promuovendo i diritti umani e lo sviluppo sociale di tutto il mondo''.
I ministri dei paesi aderenti accetteranno anche una raccomandazione per combattere il commercio illegale di minerali che finanzia il conflitto armato. Lo sfruttamento illegale delle risorse naturali negli stati africani ha infatti alimentato i conflitti in tutta la regione per decenni. I dati sono scarsi, ma si stima che fino all'80% dei minerali che generano i conflitti in alcune zone potrebbero essere contrabbandati. Il commercio illegale aumenta la criminalita' e la corruzione, finanzia il terrorismo internazionale e blocca lo sviluppo economico e sociale.
La raccomandazione chiarisce come le aziende possono identificare e gestire al meglio i rischi lungo tutta la catena di fornitura, dagli esportatori ai trasformatori locali di minerali fino alle aziende che utilizzano questi minerali nei loro prodotti. Per mettere a punto queste linee guida l'Ocse e le economie emergenti hanno lavorato a stretto contatto con le imprese, i sindacati e le organizzazioni non governative.
|
| |
|
| |
| |
|
| |
| |
|
| |
| |
|
| |
| |
|
| |
|
23/05/2011 | | SMARRITOSI DURANTE UNA RICERCA DI MINERALI, E' STATO RITROVATO SOLAMENTE IL GIORNO DOPO
|
| |
|
| Fonte: LA NAZIONE | | Nel parco naturale dell'Oasi di Rocconi, un ragazzo è andato in cerca minerali per uno studio. Immerso nella sua ricerca il giovane, residente a Castel di Piano, si è attardato a ritornare verso la macchina e il buio lo ha sorpreso facendogli perdere l'orientamento.
Nella zona il cellulare non ha molto campo e il ragazzo non ha potuto chiamare i soccorsi i quali però, avvertiti dalla famiglia, hanno iniziato la ricerca durante la notte grazie al pronto intervento della SAST (staz. Monte Amiata).
All'alba il giovane è riuscito a ritrovare l'orientamento e a tornare verso la macchina, parcheggiata in zona Rocchette di Fazio. I soccorsi lo hanno raggiunto e per il ragazzo la brutta avventura si è conclusa con una nottata passata all'aperto. |
| |
|
| |
| |
|
| |
| |
|
| |
| |
|
| |
| |
|
| |
|
16/05/2011 | | TERREMOTO IN GIAPPONE, UN MINERALE AIUTA AD ASSORBIRE RADIAZIONI
|
| |
|
| Fonte: ANSA | | La Tokyo Electric Power Co., che gestisce l'impianto nucleare di Fukushima in Giappone, ha iniziato oggi a versare in mare sacchi di zeolite, un minerale che assorbe il cesio radiattivo. I minerali sono stati rilasciati in aree fortemente contaminate da radiazioni nel tentativo di ridurre i danni delle perdite di materiale contaminato.
|
| |
|
| |
| |
|
| |
| |
|
| |
| |
|
| |
| |
|
| |
|
11/05/2011 | | MALI, NON SOLO ORO; SI VA A CACCIA DI ALTRI MINERALI
|
| |
|
| Fonte: AGIAFRO | | Basta all'estrazione solo di oro: il Mali sa che le sue miniere sono ricche anche di altri minerali. E ora vuole trovarli. Si parla di nichel, piombo, litio, bauxite, magnesio, fosfati e anche uranio. Non solo: il Mali punta anche sulla ricerca di petrolio. Si tratta di nuove attivita' estrattive in cui e' possibile investire perche' possono garantire al Paese una duratura sostenibilita' economica. La parola d'ordine del Paese ora e' diversificare.
Una sorta di imperativo per il Mali che finora ha fondato la sua economia mineraria sull'estrazione di oro: circa 50 tonnellate l'anno che nel 2009 hanno garantito il 70 per cento dell'export e che lo rendono il terzo produttore africano dopo Sud Africa e Ghana. Secondo le previsioni degli esperti, pero', l'estrazione di oro e' destinata a ridursi a partire dal 2014.
E il Mali non vuole farsi trovare impreparato. Per questo ha lanciato una campagna di diversificazione dell'attivita' estrattiva per avviare nuovi business e soprattutto per evitare un futuro tracollo economico del Paese. Cosi' varie imprese stanno per dare il via ad attivita' esplorative per cercare nuovi minerali all'interno delle innumerevoli miniere sparse nel Paese. Il governo di Bamako sta individuando anche strumenti per attrarre compagnie petrolifere che vogliano cercare il greggio nel Paese. In questo caso i piu' ricettivi sembrano essere i cinesi. |
| |
|
| |
| |
|
| |
| |
|
| |
| |
|
| |
| |
|
| |
|
09/05/2011 | | SULCIS: GLI SCALI MINERARI DIVENTERANNO PORTI TURISTICI |
| |
|
| Fonte: L'UNIONE SARDA | | I vecchi approdi minerari diventeranno porticcioli turistici grazie a un finanziamento di 5 milioni di euro. Il via libera al programma di interventi arriva dalla Provincia di Carbonia Iglesias, che ha predisposto un protocollo d'intesa da siglare con i Comuni di Iglesias, Gonnesa, Buggerru, Fluminimaggiore e Carloforte. L'obiettivo è di sviluppare in modo coordinato il sistema degli approdi minerari del Sulcis Iglesiente, nodo strategico per il potenziamento in chiave turistica del territorio, con ripercussioni positive sull'intera economia, sull'occupazione e sull'aspetto paesaggistico in generale. Gli scali coinvolti nel progetto sono quelli di Tacca Rossa a Carloforte; Porto di Nebida, Portu Banda, Porto Ferro, Porto di Masua, Porto Bega sa Canna, Porto Sciusciau, nel comune di Iglesias; Cala Domestica e Portixeddu nel comune di Buggerru e Fontanamare nel comune di Gonnesa.
|
| |
|
| |
| |
|
| |
| |
|
| |
| |
|
| |
| |
|
| |
|
08/05/2011 | | SCOPERTO UN NUOVO MINERALI, LA KROTITE |
| |
|
| Fonte: AMERICAN MINERALOGIST | | Nel numero di Maggio-Giugno del giornale scientifico “American Mineralogist”, un team di scienziati ha annunciato la scoperta di un nuovo tipo di minerale, chiamato Krotite. Il minerale si è rilevato risalire agli albori del Sistema Solare ed è il componente principale di un insolita inclusione presente in un meteorite chiamato NWA 1934, scoperto nel nord-ovest dell’Africa. Questo oggetti, conosciuti come inclusioni refrattarie, si pensa siano i primi materiali planetari formati nel nostro Sistema Solare, risalendo a molto prima della formazione della Terra e dei altri pianeti.
Questo particolare granello è stato chiamato affettivamente “L’uovo spaccato” per le sue caratteristiche sembianze. Il Dr. Harold C. Connolly Jr. insieme al suo studente Stuart A. Sweeney Smith della City University di New York (CUNY) hanno collaborato con l’American Museum of Natural History (AMNH) che ha riconosciuto per primo il granello molto speciale, conosciuto come un inclusione refrattaria ricca in calcio-alluminio. La parola “refrattario” si riferisce al fatto che questi granelli contengono minerali che sono stabili solo ad altissime temperature, il che attesta la loro probabile formazione molto primitiva, in una nebulosa solare altamente condensata e calda.
Il frammento è stato spedito alla Dr. Chi Ma, presso il California Institute of Technology (Caltech) per un analisi dettagliata dal punto di vista nano-mineralogico. Dr. Ma ha poi spedito le proprie analisi insieme al frammento al Dr. Anthony Kampf, Curatore delle Scienze Minarli presso il Natural History Museum di Los Angeles County (Nhm), per uno studio di diffrazione. Le scoperte di Kampf sono state confermate dalle analisi di Ma, e hanno mostrato che la componente principale del frammento era un minerale ca bassa pressione composto da un ossido di calcio e alluminio (CaAl2O4) mai scoperto prima in natura. Kampf ha determinato che l’arrangiamento atomico del minerale era molto simile in alcuni aspetti a certi tipi di cemento refrattario (ad alta temperatura).
Cosa ne possiamo dedurre dal fatto che un componente del moderno cemento si trova in natura soltanto in un frammento risalente agli albori del Sistema Solare (circa 4.5 miliardi di anni fa)? Questo tipo di investigazioni sono essenziali per decifrare le origini del nostro Sistema Solare. La creazione del composto umano richiede una temperatura di almeno 1500°C. Questo, messo insieme al fatto che il composto si è formato ad una bassissima temperatura, è consistente con l’ipotesi della formazione della krotite in una fase refrattaria della nebulosa solare. Quindi, la probabilità che la krotite sia uno dei più vecchi minerali che abbiamo mai conosciuto è altissima.
Studi sull’unicità del “Uovo spaccato” stanno continuando ovunque in uno sforzo di imparare di più riguardo alle possibili condizioni iniziali nella nebulosa e a come si è venuto a formare questo minerale. Oltre alla krotite, il frammento contiene almeno altri 8 minerali, inclusi alcuni che devono ancora essere analizzati e sono del tutto nuovi alla scienza. Per cui state certi che ne sentiremmo ancora parlare di questo meteorite.
|
| |
|
| |
| |
|
| |
| |
|
| |
| |
|
| |
| |
|
| |
|
04/05/2011 | | RUANDA, STOP EXPORT MINERALI IN ZONE RDC IN CONFLITTO
|
| |
|
| Fonte: AGIAFRO | | Il Ruanda ha emesso una normativa che vieta la vendita di minerali provenienti da zone della Repubblica democratica del Congo (Rdc) in cui sono in corso scontri armati. La disposizione ha lo scopo di evitare di contribuire al finanziamento di conflitti armati. Nei mesi scorsi l'organismo internazionale di ricerca 'Global Witness' aveva criticato Kigali perche' con l'esportazione di stagno, tantalio, tungsteno e oro poteva indirettamente partecipare al finanziamento dei gruppi armati in azione nelle regioni orientali della Rdc. |
| |
|
| |
| |
|
| |
| |
|
| |
| |
|
| |
| |
|
| |
|
14/04/2011 | | UNA NUOVA SPECIE DI DINOSAURO COLMA UN GAP NELLA FAMIGLIA DEI DINOSAURI |
| |
|
| Fonte: PROCEEDINGS OF THE ROYAL SOCIETY | | Un team di scienziati dello Smithsonian Institution ha scoperto un cranio di dinosauro fossilizzato con alcune alcune vertebre che rivelano non solamente la scoperta di una nuova specia, ma anche un anello di congiunzione evolutivo tra due gruppi di dinosauri. La nuova specie, Daemonosaurus chauliodus (letteralmente "dinosauro demonio dai denti sporgenti"), è stato scoperto in Usa, nella località di Ghost Ranch, New Mexico. |
| |
|
| Schizzo ipotetico del nuovo dinosauro |
| |
|
| |
| |
|
| |
| |
|
| |
| |
|
| |
|
30/03/2011 | | RICERCATORI DI BOLOGNA HANNO RINVENUTO UNO SCHELETRO DI DINOSAURO IN TUNISIA |
| |
|
| Fonte: CORRIERE DELLA SERA | | Il bacino e alcune vertebre dell’imponente dinosauro appena scoperto in Tunisia arriveranno a Bologna durante la prima settimana di aprile per essere studiati dai ricercatori dell’Alma Mater che l’hanno ritrovato. «Per farsi un’idea delle dimensioni, basti pensare che queste ossa fossili, da sole, pesano attorno ai cinque quintali», dice Federico Fanti, ricercatore 29enne dell’Ateneo di Bologna, presente al momento della scoperta. Secondo Fanti, si tratta del primo dinosauro completo e il primo grande erbivoro (15 metri di lunghezza) trovato in quella regione. «Ci aiuterà a capire meglio- continua il ricercatore- l’evoluzione dell’Africa settentrionale e delle sue faune di grandi vertebrati e di confrontarle non solo con gli equivalenti europei ma anche con i fossili rinvenuti in Brasile». La scoperta, ricorda una nota dell’Alma mater, è frutto del lavoro di un team di ricerca del Dipartimento di Scienze della terra dell’Università di Bologna nell’ambito di una collaborazione con l’Ufficio nazionale delle miniere della Tunisia. Lo scheletro è in ottimo stato di conservazione e con gli elementi ossei ancora articolati. È stato trovato, ad una profondità di appena 50 centimetri, dopo tre anni di ricerche, nella regione di Tataouine, nella Tunisia meridionale, dove depositi risalenti a circa 120 milioni di anni fa restituiscono preziose informazioni sulle faune che vivevano nel Nord Africa durante il periodo Cretaceo. Durante la prima missione di scavo appena conclusa, è stato possibile mettere in sicurezza le ossa del bacino, lungo da solo oltre 150 centimetri di lunghezza, e diverse vertebre della coda, ognuna di 50 centimetri. Sulla base dei dati preliminari è possibile stimare le dimensioni di questo grande vertebrato in circa 15 metri di lunghezza.
Grazie al contributo di Eni Tunisia, è stato «messo in sicurezza» il fossile per un primo trasporto alla sede dell’Office national des mines a Tunisi, l’istituzione tunisina che si occupa del patrimonio geologico e minerario, da dove proseguirà il suo viaggio fino al Museo geologico «Giovanni Capellini» dell’Università di Bologna, dove i reperti saranno preparati e studiati. |
| |
|
| |
| |
|
| |
| |
|
| |
| |
|
| |
| |
|
| |
|
27/03/2011 | | FOSSILI E OSSA DI DINOSAURO PER IL DESIGN DELL'IPAD2 PIU' COSTOSO DEL MONDO |
| |
|
| Fonte: NANOPRESS | | Ossa di dinosauro e delle ammoliti sono stati prescelti da Stuart Hughes che ha battuto un altro record realizzando l’iPad 2 più costoso al mondo. Si tratta di un modello la cui particolarità non risiede solo nell’oro e nei diamanti che rivestono la parte posteriore del tablet, quanto nei materiali usati per la parte frontale: su questa troviamo infatti l’Ammolite, una gemma ricavata da alcuni gusci fossili provenienti dal Canada e da frammenti di ossa di dinosauro risalenti a 65 milioni di anni fa. Il costo di questa nuova creazione del celebre designer è di 5 milioni di sterline. |
| |
|
| |
| |
|
| |
| |
|
| |
| |
|
| |
| |
|
| |
|
07/03/2011 | | SCOPERTI BATTERI FOSSILI IN ALCUNE RARE METEORITI |
| |
|
| Fonte: ITALIA NEWS | | I protagonisti di questa vicenda sono due: il dottor Richard Hoover, astrobiologo della Nasa, ed i fossili di antichi batteri. Hoover ha infatti pubblicato sul Journal of Cosmology alcune affermazioni importanti derivate da un suo ritrovamento. All'interno di meteoriti l'astrobiologo ha individuato tracce fossili di batteri mai visti prima. Questi ritrovamenti, ha affermato Hoover, indicano che la vita non è limitata alla Terra, ma è largamente distribuita, anche al di fuori del sistema solare.
I risultati della ricerca saranno sottoposti al vaglio di una commissione esaminatrice che deciderà se la pubblicazione potrà ritenersi scientifica a tutti gli effetti. L'argomento della vita extraterrestre affascina gli umani da sempre ma mai abbiamo potuto toccare con mano le prove inconfutabili di una vita oltre il nostro sistema solare. |
| |
|
| |
| |
|
| |
| |
|
| |
| |
|
| |
| |
|
| |
|
12/02/2011 | | SCOPERTO NUOVO GIACIMENTO DI FERRO IN GHANA |
| |
|
| Fonte: AGI | | Importanti giacimenti di minerali ferrosi sono stati individuati nella regione di Shieni, nel Ghana orientale, a ridosso del confine con il Togo. La notizia e' stata data dai media locali, che hanno attribuito la scoperta a tecnici del Gruppo minerario ghanese Inland Ghana Mines Ltd. Interpellate dai giornalisti, fonti del Gruppo hanno confermato la presenza di tecnici nella regione.
|
| |
|
| |
| |
|
| |
| |
|
| |
| |
|
| |
| |
|
| |
|
14/01/2011 | | NUOVI IMPORTANTI RESTI FOSSILI UMANI SCOPERTI IN ERITREA |
| |
|
| Fonte: TMNEWS | | Un'equipe internazionale guidata dalla Sapienza ha rinvenuto nuovi fossili di Homo, di circa un milione di anni fa, nel bacino sedimentario di Buya in Eritrea. La scoperta, avvenuta il 13 dicembre scorso, fornisce nuove indicazioni su un periodo chiave, ma anche tra i piu' oscuri, della storia evolutiva del genere Homo. I reperti fossili relativi a quest'epoca sono scarsissimi: si parla di circa 8 elementi ritrovati in Africa, per altro piuttosto frammentari, tranne due eccezioni. |
| |
|
| |
| |
|
| |
| |
|
| |
| |
|
| |
| |
|
| |
|
14/01/2011 | | NEI MUSEI CINESI LA MAGGIOR PARTE DEI FOSSILI MARINI POTREBBERO ESSERE FASLI |
| |
|
| Fonte: SCIENCE | | Sono finti, alterati o combinati artificialmente. L'allarme, sulla rivista Science, e' del paleontologo cinese Li Chun. “È un'ingiuria per i visitatori e per tutta la scienza”. |
| |
|
| |
| |
|
| |
| |
|
| |
| |
|
| |
| |
|
| |
|
23/12/2010 | | FORSE SCOPERTA UNA NUOVA SPECIE DI HOMO IN SIBERIA |
| |
|
| Fonte: Science Daily | | Un parente degli uomini moderni è stato scoperto di recente, dopo che i paleontologi esperti hanno scoperto che un dito di un uomo trovato in una grotta nel sud della Siberia appartiene ad un gruppo distinto dal Neanderthal e dell'uomo moderno. Un frammento di osso con un dente è stato trovato in una grotta, e l'analisi del DNA ha mostrato che il genoma non appartiene ad alcun uomo di Neanderthal nè all'homo sapiens. I ricercatori hanno stabilito che l'osso è circa di 30.000 anni fa e che appartiene ad una giovane ragazza. Questo gruppo è stato denominato "denisovan" come la grotta dove è stato trovato il fossile, vissuto in Asia nel Pleistocene. Il team internazionale di scienziati guidati da Svante Pääbo del Max Planck Institute di Antropologia ipotizza che i denosoviani erano collegati a uomini di Neanderthal e all'uomo moderno, essendo discesi da un medesimo antenato. Inoltre, un numero di geni appartenenti a questo gruppo si trovano in popolazioni attuali della Melanesia, hanno detto i ricercatori. |
| |
|
| |
| |
|
| |
| |
|
| |
| |
|
| |
| |
|
| |
|
17/12/2010 | | FOSSILI, IL DESERTO PERUVIANO E' DEPREDATO DI MOLTISSIMI REPERTI |
| |
|
| Fonte: ITALIA OGGI | | Ocucaje, landa desolata chiusa fra le Ande e l'Oceano Pacifico, racchiude un tesoro di fossili marini tra i più agognati al mondo.
È proprio qui, dove 40 milioni di anni fa si sono rifugiati incredibili mammiferi marini, che i ricercatori hanno scoperto i giganteschi denti di un megalodon, uno squalo leggendario lungo 15 metri, i resti di un enorme pinguino dal piumaggio colorato e le ossa di un Leviathan melvillei, un capodoglio i cui denti erano più lunghi di quelli del T-Rex.
Scoperte preziose per gli scienziati che però esercitano un'attrazione fatale anche su un altro genere di cacciatori: i contrabbandieri. E infatti secondo le autorità peruviane le esportazioni illegali di fossili sono in aumento. Complice anche la legislazione del paese, che non classifica i fossili come patrimonio nazionale e men che meno impone di conservarli all'interno dello stato, a meno di speciali autorizzazioni.
Inoltre il governo continua a concedere autorizzazioni alle compagnie minerarie, le cui attività possono danneggiare o distruggere i fossili, come è già successo. E la polizia chiude tutti e due gli occhi.
Se aumentano i saccheggi, aumentano anche i sequestri di fossili recuperati illegalmente: solo quest'anno sono stati oltre 2.200 contro gli 800 del 2009.
|
| |
|
| |
| |
|
| |
| |
|
| |
| |
|
| |
| |
|
| |
|
16/12/2010 | | SEQUESTRATI 6000 FOSSILI AL MUSEO DOLOMYTHOS |
| |
|
| Fonte: ALTO ADIGE | | Il magazzino del museo «DoloMythos» di San Candido (comune in provincia di Bolzano), già oggetto di un sequestro probatorio da parte della Procura della Repubblica, è stato ieri svuotato dai carabinieri del nucleo tutela artistica di Venezia. Sono circa 6 mila i fossili trasportati a Bolzano in speciali contenitori e che dovranno essere attentamente valutati dalla Sovraintendenza ai beni culturali. Ieri la Procura della Repubblica di Bolzano ha confermato che il direttore del museo di San Candido, Michael Wachtler, è stato iscritto sul registro degli indagati per presunta violazione delle norme che regolano il settore e che fanno riferimento al decreto legislativo 22 gennaio 2004, n° 42
. In sostanza la normativa prevede che tutti i reperti paleontologici di rilevanza scientifica siano di proprietà dello Stato e, in Alto Adige per effetto dell'autonomia, della Provincia autonoma di Bolzano. Nel caso del museo di San Candido, il direttore Wachtler avrebbe goduto, secondo gli inquirenti, di un trattamento di tutto favore che si sarebbe spinto oltre la discrezionalità dell'applicazione della legge. Michael Wachtler si è difeso sostenendo di aver sempre avvisato i responsabili provinciali dei propri studi e dei propri ritrovamenti. Ma ciò non basta perchè gli stessi uffici competenti provinciali hanno puntualizzato che il direttore del Museo in questione non ha mai ottenuto alcuna autorizzazione nè avrebbe potuto ottenerla in presenza di fossili di rilevanza scientifica.
L'indagine è coordinata dal sostituto procuratore Igor Secco ed è stata avviata sulla base di una segnalazione proveniente dalla Romania ove il direttore del museo, Michael Wachtler (che negli ultimi anni nelle Dolomiti ha scoperto quasi 50 nuove specie vegetali e animali), ha ottenuto proprio di recente due fossili riguardanti altrettante uova di dinosauro.
L'inchiesta ha però evidenziato anche una certa leggerezza che sarebbe imputabile agli uffici competenti provinciali. In Provincia l'aria sarebbe cambiata da qualche mese a seguito della nomina di nuovi funzionari. Fino ad oggi però si sarebbe preferito intervenire solo per ingiunzione (invitando cioè Wachtler a consegnare i fossili posseduti) e non per vera e propria denuncia penale come in realtà le disposizioni di legge prevederebbero. A far scattare la nuova indagine, però, ci ha pensato l'Interpol che ha segnalato a livello internazionale la sparizione da un importante sito paleontologico delle due uova fossilizzate di dinosauro rinvenute nel magazzino del «DoloMythos». Sul caso specifico delle uova fossilizzate per il momento Wachtler è indagato per importazione clandestina. |
| |
|
| |
| |
|
| |
| |
|
| |
| |
|
| |
| |
|
| |
|
10/12/2010 | | LA RINASCITA DELLO ZIMBABWE PASSA DALL'EXPORT DEI MINERALI |
| |
|
| Fonte: AGIAFRO | | La ripresa economica dello Zimbabwe, dopo il decennio di lacrime e sangue che ha fatto sprofondare una delle nazioni africane con le maggiori potenzialità agli ultimi posti delle classifiche mondiali sullo sviluppo umano, sta prendendo piede.
La riscossa passa dal settore minerario, di gran lunga il piu' importante dell'economia locale: secondo i dati del governo di Harare, l'export di minerali superera' per controvalore il miliardo di euro nel 2010, in base alle proiezioni sui primi nove mesi dell'anno, periodo in cui le esportazioni hanno raggiunto gli 810 milioni di dollari, in crescita del 25 per cento circa rispetto ai primi tre trimestri del 2009.
Nel periodo in esame, i migliori risultati sono arrivati dall'export di nichel (+120 per cento a 46 milioni di dollari), diamanti (+73 per cento a 110 milioni), platino (+50 per cento a 540 milioni). |
| |
|
| |
| |
|
| |
| |
|
| |
| |
|
| |
| |
|
| |
|
20/11/2010 | | LA LAVERIA LAMARMORA HA SUBITO UN CROLLO IMPROVVISO |
| |
|
| Fonte: LA NUOVA SARDEGNA | | A Nebida in Sardegna, crolla una porzione della laveria Lamarmora, patrimonio dell'Unesco. Un’onda marina anomala provocata dallo scirocco ha provocato il cedimento della parete ovest della laveria. La struttura mineraria risale al 1897.
L’imponente complesso minerario, costruito dalla Società Anonima di Nebida e ora riconosciuto dall’Unesco come patronio dell’umanità, si sta sbriciolando sotto i colpi delle tremende bordate delle onde del Golfo del Leone e dietro l’incuria che la Regione sta riservando ai siti minerari dismessi.
Un cercatore di funghi ha dato l’allarme quando ha notato che una delle sei arcate del magazzino era stata spazzata via dalle onde.
|
| |
|
| |
| |
|
| |
| |
|
| |
| |
|
| |
| |
|
| |
|
19/11/2010 | | IL COCCODRILLO PIU' ANTICO DEL MONDO SCOPERTO AL MUSEO CAPPELLINI DI BOLOGNA |
| |
|
| Fonte: LA REPUBBLICA | | Di eta' circa di 165 milioni di anni fa, è vissuto lungo quella che all'epoca era la costa nord-africana. Il teschio fossile è giunto intrappolato in un blocco di pietra, dello stesso tipo di cui sono pavimentati i portici di Bologna.
Il teschio del coccodrillo rinvenuto dentro la pietra è assai simile a quello dei coccodrilli odierni, salvo per gli zigomi insolitamente sporgenti.
Comincia tutto nel 1955. La testa di coccodrillo è stata ritrovata in un blocco di pietra proveniente da una qualche cava nei pressi di Sant’Ambrogio Veronese, ad est del Lago di Garda. Il marmista di Portomaggiore che se lo ritrovò in mano, lo affettò, ricavandone lastre larghe due metri circa e spesse alcuni centimetri. Si accorse che quattro di queste contenevano resti fossili diversi dalle solite ammoniti che alla pietra danno il nome.
Decide di rivolgersi a degli esperti. Contatta sia quelli di Ferrara, sia quelli di Bologna. Ne scaturisce una contesa con tanto di sequestro delle lastre “incriminate” per ordine del giudice. Dopo qualche tempo la decisione: due lastre vanno al museo di storia naturale di Ferrara, le altre due al Museo geologico Capellini dell’Università di Bologna. Qui vengono esposte a partire dagli anni ’60. La targhetta in basso recita “Metriorhynchus”, vale a dire pressappoco “antico coccodrillo marino ormai estinto”, e anche la datazione è molto approssimativa.
E’ qui oggi che lo hanno notato i due giovani studiosi che lo hanno riscoperto.
Fanti, che è un geologo prestato alla paleontologia, comincia ad analizzare composizione chimica e datazione della pietra. Cau, che invece è un esperto di anatomia, si dedica allo studio delle ossa fossili. Così si accorgono che "il coccodrillo di portomaggiore" non ha 155 milioni di anni, ma 165, e questo ne fa il più antico mai scoperto sull’intero pianeta, e il primo trovato non solo in Italia, ma lungo la costa nord dell’antico e smisurato continente australe del Gondwana che univa in un unico blocco Africa, America del Sud, Antartide, Australia e India. |
| |
|
| |
| |
|
| |
| |
|
| |
| |
|
| |
| |
|
| |
|
18/11/2010 | | MULTA PER RACCOLTA DI MINERALI NON AUTORIZZATA AL PIAN DELLA MUSSA |
| |
|
| Fonte: ANSA | | Raccogliere minerali puo' costare multe da centinaia di euro, specialmente quando rientrano nella categoria di pietre semi-preziose. E' accaduto nel torinese, dove la Forestale ha scoperto tre persone alla ricerca di granati della rara qualita' denominata Hessonite. La zona in questione era in Localita' Testa Ciarva, inserita nel Sito di Interesse Comunitario del Pian della Mussa nel comune di Balme. I ricercatori, privi di autorizzazioni, provenivano da diverse parti del Piemonte quali Bolzano Novarese, Oviglio (Alessandria) e S. Mauro Torinese.
|
| |
|
| |
| |
|
| |
| |
|
| |
| |
|
| |
| |
|
| |
|
28/10/2010 | | SCOPERTI FOSSILI DI UOMINI MODERNI IN CINA 60000 ANNI PIU' ANTICHI DI QUELLI FINORA CONOSCIUTI |
| |
|
| Fonte: SCIENCEDAILY | | Nel Sud della Cina, un gruppo di ricercatori ha scoperto dei fossili umani che potrebbe retrodatare notevolmente la comparsa di esseri umani moderni nel Vecchio Mondo orientale.
La ricerca, svolta presso l'Istituto di Paleontologia dei Vertebrati e Paleoantropologia a Pechino, è stata pubblicata il 25 Ottobre nella prima edizione online del Proceedings of National Academy of Sciences.
La scoperta del primo fossile umano moderno, antico almeno 100.000 anni, rinvenuto nel Zhirendong (Zhiren Cave), fornisce una prova che la nascita dei moderni esseri umani ebbe luogo in Asia orientale, almeno 60.000 anni prima degli umani già noti nella regione.
I fossili di Zhirendong hanno un mix di caratteristiche moderne e arcaiche che contrasta con quelle riscontrate nei fossili precedentemente rinvenuti in Africa orientale e nel sud-ovest asiatico, che indicano un certo grado di continuità fra la popolazione umana in Asia e l'apparizione dei primi esseri umani moderni. |
| |
|
| |
| |
|
| |
| |
|
| |
| |
|
| |
| |
|
| |
|
25/10/2010 | | SCOPERTO CRANIO DI DINOSAURO IN UNA ROCCIA DEL DUOMO DI VIGEVANO |
| |
|
| Fonte: LA REPUBBLICA | | Una scoperta curiosa e casuale è avvenuta nel Duomo di Vigevano, dove una roccia che sorregge da secoli la balaustrata principale, ha portato il paleontologo dell’Università di Milano, Andrea Tintori, ha riconoscere la presenza di un cranio di dinosauro.
La roccia nel quale si trova il cranio è chiamata “Broccatello d’Arzo”. Si tratta di una roccia calcarea, massiccia, prevalentemente rosacea, che si formò nel periodo geologico chiamato Liassico, circa 180 milioni di anni fa. All’interno racchiude molti fossili biancastri, tra cui brachiopodi e i crinoidi, ma l’ambiente in cui formò (acqua basse di un mare molto vasto) non erano quelle in cui vissero i dinosauri, per cui è ipotizzabile che il cranio vi finì trasportato da un qualche evento meteorologico straordinario. Arzo, da dove proviene il blocco, si trova attualmente in Canton Ticino, ma ai tempi della costruzione dell’altare faceva ancora parte del Ducato di Milano, come peraltro testimoniano moltissimi altari delle chiese lombarde costruiti in quel periodo.
Gli studi in corso porteranno le risposte finali sul reperto così inaspettatamente ritrovato.
|
| |
|
| |
| |
|
| |
| |
|
| |
| |
|
| |
| |
|
| |
|
11/10/2010 | | UN DINOSAURO DA 1,3 MILIONI DI EURO |
| |
|
| Fonte: SOTHEBY | | Tra le aste internazionali Sotheby’s a Parigi c' stata una curiosa asta di dedicata alla storia naturale, in cui sono stati proposti al pubblico fossili e reperti.
L’oggetto più interessante è stato uno scheletro completo di dinosauro, un allosauro per la precisione, dell’altezza di 10 metri e proveniente dal Wyoming. Le attese non sono state smentite: il prezioso fossile ha raggiunto la cifra di quasi 1,3 milioni di euro, record europeo per la categoria.
Un altro pezzo degno di nota è uno scheletro di Plesiosaurus arrivato ai 370.000 euro.
|
| |
|
| |
| |
|
| |
| |
|
| |
| |
|
| |
| |
|
| |
|
10/10/2010 | | TROVATO FOSSILE DI SIRENIO DI 5 MILIONI DI ANNI FA |
| |
|
| Fonte: ANSA | | Rinvenuti a Campagnatico resti fossili di un mammifero marino, parente dell'attuale dugongo. Il fossile e' stato attribuito alla specie Metaxytherium subapenninum, un sirenio che viveva lungo le coste italiane da 5 a 3 milioni di anni fa. A darne notizie e' Simone Casati, del gruppo Avis mineralogia e paleontologia di Scandicci, il primo a notare alcuni frammenti in un campo.
Coinvolto nelle ricerche il Dipartimento di Scienze della Terra dell'Universita' di Pisa. |
| |
|
| |
| |
|
| |
| |
|
| |
| |
|
| |
| |
|
| |
|
23/09/2010 | | SCOPERTE ASTERACEE RISALENTI A 50 MILIONI DI ANNI |
| |
|
| Fonte: SCIENCE | | Un ritrovamento che farà discutere e che ha già aperto la strada a diverse teorie: il fossile di un fiore scoperto nella Patagonia argentina permette di pensare che girasoli, crisantemi, margherite e altri fiori siano apparsi quasi 50 milioni di anni fa nei territori di quello che è oggi il Sudamerica.
La scoperta, al centro di un articolo della rivista Science, è stata fatta da Viviana Barreda, peleobotanica dell’Università di Vienna, e ai suoi colleghi del Museo Argentino de Ciencias Naturales e del Consejo Nacional de Investigaciones Cientificas y Tecnicas di Buenos Aires e da Rodolfo Corsolini, direttore del museo 'Lago Guitierrez'. Finora, precisano gli esperti, si sapeva molto poco dell'evoluzione delle asteracee, una vasta famiglia di piante, anche perchè sono state poche le scoperte fatte finora di fossili di tali piante.
Dopo il ritrovamento in Patagonia, gli esperti argentini sottolineano che "una riserva antica di asteracee" esisteva in un supercontinente chiamato Gondwana, da cui hanno avuto origine Africa, Sudamerica, Antartide, Australia e India. |
| |
|
| Il fiore è intero e ben conservato ed è stato trovato, insieme a granelli di polline, esattamente nella Patagonia Nord-Occidentale, presso il Río Pichileufú. |
| |
|
| |
| |
|
| |
| |
|
| |
| |
|
| |
|
22/09/2010 | | GRIGIONI (SVIZZERA), MUORE CERCATORE DI MINERALI |
| |
|
| Fonte: RSI.CH | | Anziano sangallese investito da pietrisco in Val Cristallina, nei pressi del Lucomagno. Un cercatore di minerali è morto in Val Cristallina (Grigioni, Svizzera), una valle laterale della Val Medel, poco oltre il Passo del Lucomagno. Il corpo del sangallese 65enne, precisa la polizia retica, è però stato ritrovato solo oggi.
La moglie della vittima, non avendo più sue notizie, aveva allertato le autorità nella serata di ieri. Non molto tempo dopo era stata trovata l'auto dell'uomo e i soccorritori hanno quindi proseguito, senza successo, le ricerche con l'ausilio di un elicottero.
Solo oggi però i volontari del Club alpino svizzero e la REGA hanno individuato il cadavere a circa 300 metri sotto la vetta del Piz Vallatscha (3073 metri). Secondo la polizia l'escursionista è stato verosimilmente investito da pietrisco staccatosi dalla montagna.
|
| |
|
| |
| |
|
| |
| |
|
| |
| |
|
| |
| |
|
| |
|
16/09/2010 | | RARI MINERALI DI SILICIO SCOPERTI SULLA LUNA |
| |
|
| Fonte: ANSA | | Scoperte sulla Luna regioni che contengono rari minerali ricchi di silicio, simili alla composizione di alcuni materiali sulla Terra.
I materiali sono comunque diversi da quelli presenti in aree circostanti e da altri campioni lunari.
I minerali descritti in due articoli pubblicati su Science, secondo gli esperti, dimostrano che la Luna ha avuto una storia di processi ignei molto complessa.
Le informazioni sono state fornite dalla sonda della Nasa Lunar Reconnaissance Orbiter (Lro). LRO è stato lanciato dal KSC il 18 Giugno 2009 ed ha iniziato la sua missione vera e propria nel Settembre del 2009.
I principali risultati della missione includono: nuove osservazioni dei siti di atterraggio delle missioni Apollo; indicazioni che le regioni permanentemente in ombra, e quelle ad esse vicine, potrebbero ospitare acqua ed idrogeno; osservazione del fatto che alcune vaste zone permanentemente al buio sono più fredde di Plutone; informazioni dettagliate riguardo al terreno lunare; osservazione di evidenze che portano a ritenere che la Luna si sia recentemente contratta e che potrebbe ulteriormente restringersi.
La sonda ha inoltre scattato fotografie ad alta risoluzione del rover russo Lunokhod 1, dato per disperso da oltre 40 anni.
Poiché il rover trasportava un retroriflettore, gli scienziati hanno potuto inviare degli impulsi laser che sono appunto stati riflessi dal sistema. L'utilizzo del retroriflettore fornirà ulteriori ed importanti informazioni sulla posizione e sui movimenti della Luna. |
| |
|
| |
| |
|
| |
| |
|
| |
| |
|
| |
| |
|
| |
|
14/09/2010 | | OSSIGENO COMPARSO NELL'ATMOSFERA 300 MILIONI DI ANNI PRIMA DI QUANTO RITENUTO FINO AD OGGI |
| |
|
| Fonte: APCOM | | L'ossigeno potrebbe essere apparso sulla Terra quasi 300 milioni di anni prima di quanto sinora stimato. Le prime tracce di batteri che effettuano fotosintesi dell'ossigeno, stando ai risultati ancora parziali delle ricerche del UNSW's Australian Centre for Astrobiology, risalirebbero infatti a 2,72 miliardi di anni fa.
L'idea che l'atmosfera del pianeta divenne improvvisamente ricca di ossigeno 2,45 miliardi di anni fa sembra eccessivamente semplificata, spiega il ricercatore David Flannery.
La sua equipe ha rinvenuto in Australia fossili ben conservati di stomatoliti (strutture calcaree legate all'attività di microrganismi fotosintetici) datati, appunto, a 2,72 miliardi di anni.
Oltre 270 milioni di anni più vecchi delle più antiche prove delle fotosintesi dell'ossigeno, spiega. I nuovi risultati - non ancora inequivocabili, precisano gli studiosi - potrebbero suggerire che il processo non solo è iniziato prima, ma sarebbe stato anche più esteso e graduale di quanto immaginato sinora. |
| |
|
| |
| |
|
| |
| |
|
| |
| |
|
| |
| |
|
| |
|
30/08/2010 | | LA MICA, FORSE HA FAVORITO LA VITA SULLA TERRA |
| |
|
| Fonte: Journal of Theoretical Biology | | Nel 2007 a Santa Barbara (Usa), Helena Hansma dell'Università della California, relatrice al meeting della American Society for Cell Biology, ha proposto una nuova ipotesi, detta della vita tra gli strati di mica, che suppone che gli spazi interstiziali tra gli strati di mica possano essere stati un buon posto per consentire alle cellule biologiche di sviluppare i legami e le strutture su cui si basa oggi la vita.
Le miche sono minerali molto comune, legati alle rocce magmatiche e metamorfiche, che generalmente si strutturano in pacchetti di cristalli formando strati lisci: al loro interno le cellule e le molecole primordiali potrebbero aver trovato il giusto ambiente chimico-fisico per sopravvivere ed evolvere, creando legami e strutture complessi.
Ciò che fa pensare che gli strati di mica e non di altri minerali siano i candidati a tale ruolo sono anche i seguenti punti:
Gli spazi interstiziali tra gli strati di mica possono acer protetto e conservato in modo ottimo le molecole, promuovendone la sopravvivenza: la mica, infatti, potrebbe aver fornito il necessario isolamento utile per l'evoluzione senza alcuna influenza esterna, facilitando anzi la formazione dei legami molecolari e quindi la nascita delle cellule.
Gli strati di mica sono pieni di potassio: se in passato erano già presenti degli alti livelli di potassio, l'eventuale conferma dell'ipotesi della Hansma potrebbe spiegare l'alto livello di potassio presente attualmente nelle cellule umane.
I grossi pezzi di mica presenti nei fondali degli oceani primordiali, avrebbero ricevuto una continua fornitura di energia meccanica, dovuta ai moti ondosi, al sole, alle occasionali infiltrazioni d'acqua. Questa energia potrebbe aver generato una serie di moti verticali che potrebbero aver spinto le molecole ad avvicinarsi e quindi a creare legami.
Gli strati di mica, poi, sono molto ospitali nei confronti delle cellule viventi e di tutte le maggiori classi di molecole biologiche, inclusi proteine, acidi nucleici, carboidrati e grassi. Questo vuol dire che l'ipotesi della Hansma è compatibile con quelle ipotesi secondo cui la vita abbia avuto origine dall'RNA, da grumi di grasso o da sistemi metabolici primitivi: infatti, secondo la ricercatrice, il mica world potrebbe aver protetto ciascuno di questi sistemi.
La mica presenta poi ulteriori vantaggi se confrontata con altri minerali candidati. Innanzitutto, con il tempo, la maggior parte dei minerali tenderebbero a diventare o troppo umidi o troppo asciutto: all'interno della mica, invece, i cicli di alternanza tra umido e asciutto sono tali per cui le condizioni al loro interno non diventano mai così estreme da impedire lo sviluppo della vita. Inoltre le argille, considerate un possibile materiale ospite per lo sviluppo della vita, a contatto con l'acqua tendono a gonfiarsi: le miche, invece, resistono al gonfiamento e quindi presenterebbero un ambiente relativamente stabile per lo sviluppo di molecole e cellule biologiche.
La mica, quindi, consentirebbe sufficienti situazioni favorevoli per le molecole di evolvere e di modificare la dinamica al variare delle condizioni di vita.
Inoltre secondo la Hansma, c'è da aggiungere che la mica è un materiale anche molto antico: sono state trovate, infatti, delle miche vecchie 4 miliardi di anni, inoltre in alcuni tipi di miche, come la biotite, sono state trovate tracce di vita primordiale risalenti a circa 3,8 milioni di anni fa. L'interesse della ricercatrice statunitense nei confronti della mica è stato graduale: tutto è iniziato con una pionieristica ricerca sulla realizzazione di tecniche di imaging per il DNA e altre molecole biologiche usando il microscopio atomico (AFM - atomic force microscope) condotta insieme con il marito Paul. La tecnica sviluppata produce immagini ad alta risoluzione che consentono ai ricercatori di osservare e modificare le proprietà molecolari e atomiche.
Gli strati di mica sono atomicamente piatti, così è possibile vedere le molecole di DNA sulla superficie della mica senza dover coprire il DNA con qualcosa che lo renda più grande e semplice da vedere. Gli strati di mica sono così sottili (un nanometro) che ce ne sono un milione in un pezzo di mica spesso un millimetro.
L'ipotesi della Hansma iniziò a prendere forma alcuni anni fa mentre esaminava al microscopio alcuni campioni di mica raccolti insieme alla sua famiglia in una miniera del Connecticut. |
| |
|
| Gli strati interestiziali di mica favoriscono la vita di microrganismi acquatici |
| |
|
| Lepidolite in strati |
| |
|
| |
| |
|
| |
| |
|
| |
|
26/08/2010 | | UN CENTRO PER LAVORAZIONE GEMME AD ARUSHA (TANZANIA) |
| |
|
| Fonte: AGIAFRO | | Ad Arusha, citta' tanzaniana settentrionale, e' stato creato un Centro per il taglio e la pulitura delle gemme, che ospitera' anche un istituto di formazione per la lavorazione dei minerali. Il Centro gemmologico della Tanzania, che ha iniziato l'attivita' con 14 allievi, ha progetti di espansione per il prossimo futuro, grazie al costante aumento dell'attivita' mineraria in tutto il Paese. L'obiettivo del governo e' di procedere alla lavorazione in loco dei minerali estratti dal sottosuolo della Tanzania, e non limitarsi a esportarli grezzi come e' avvenuto finora. L'istituzione del Centro di Arusha e' il primo passo verso la creazione di un'inter-area del Paese dedicata alla lavorazione dei minerali che, secondo alcuni giornali, sarebbe gia' stata individuata sulle colline di Mirerani, nella provincia centrale di Simanjiro. |
| |
|
| Arusha |
| |
|
| |
| |
|
| |
| |
|
| |
| |
|
| |
|
05/08/2010 | | E' STATO RITROVATO IN BRASILE UN FOSSILE DI 215 MILIONI DI ANNI, IL PIU' ANTICO RETTILE VOLANTE FINORA SCOPERTO |
| |
|
| Fonte: Ansa | | Il fossile del più primitivo rettile volante, delle dimensioni di un piccolo pipistrello e risalente a 215 milioni di anni fa, è stato scoperto sulle montagne del Rio Grande do Sul, in Brasile. Il Faxinalipterus minima è secondo gli studiosi dell’Università di Porto Alegre, che hanno condotto la ricerca, l’anello mancante nell’evoluzione degli pterosauri, animali che sono arrivati ad avere un’apertura alare di 12 metri.
”Il primo nome della creatura deriva da Faxinal do Soturno, il luogo brasiliano dove sono stati rinvenuti i fossili – ha detto Cesar Shultz dell’Ufrgs (Università Federale del Rio Grande do Sul) – Era contemporaneo della seconda generazione dei dinosauri. A differenza degli pterosauri finora conosciuti, che si presentano con le caratteristiche di animali totalmente volanti, questo non è un rettile veramente volatore, ma aveva già sviluppate delle ali membranose”.
Un dato importante è la tibia e la fibula, ossa delle gambe posteriori, che appaiono separate e non fuse in un unico osso come in tutti gli altri rettili alati. Una proprietà dei dinosauri terrestri. |
| |
|
| Faxinalipterus minima |
| |
|
| |
| |
|
| |
| |
|
| |
| |
|
| |
|
02/08/2010 | | INDIVIDUATO IN SVIZZERA IL REPERTO DEL CANE PIU' ANTICO MAI RITROVATO |
| |
|
| Fonte: Ats | | Il cane più vecchio del mondo è svizzero: due ricercatori tedeschi hanno infatti identificato fra i fossili di numerosi animali trovati nella caverna Kesslerloch, nel canton Sciaffusa, anche la mandibola superiore di un cane. Gli archeologi datano il reperto a oltre 14000 anni: si tratterebbe quindi del più vecchio fossile chiaramente identificabile come quello di un cane.
Il materiale era già stato portato alla luce nel 1873. Negli ultimi anni gli archeologi Hannes Napierala e Hans-Peter Uerpmann dell'università di Tubinga hanno però passato parecchio tempo a identificare meglio ogni singolo reperto. È soprattutto la grandezza del dente canino che permette agli studiosi di identificare chiaramente il fossile come quello di un cane: è infatti molto più piccolo di quello dei lupi odierni e dei loro progenitori dell'epoca, le cui ossa sono pure state trovate nella caverna.
L'esemplare di cane in questione è vissuto fra 14100 e 14600 anni or sono, spiegano i ricercatori in uno studio pubblicato dalla rivista specializzata "International Journal of Osteoarchaeology". "A quell'epoca gli uomini erano ancora cacciatori e raccoglitori", ha spiegato Napierala all'ATS. A suo avviso Sciaffusa presenta quindi la più vecchia prova certa della presenza del "più grande amico dell'uomo".
Maggiori informazioni potrebbero essere fornite da confronti genetici fra diversi cani e lupi preistorici. Il materiale trovato nel canton Sciaffusa si presta bene a questo scopo: la mandibola è infatti in ottime condizioni. |
| |
|
| |
| |
|
| |
| |
|
| |
| |
|
| |
| |
|
| |
|
02/08/2010 | | MONTE SAN GIORGIO: DICHIARATO PATRIMONIO MONDIALE DELL'UMANITA' ANCHE IL VERSANTE ITALIANO |
| |
|
| Fonte: Libero | | Il Comitato del patrimonio mondiale dell’UNESCO, riunitosi a Brasilia dal 25 luglio al 3 agosto, ha approvato l’ampliamento su territorio italiano del sito del Monte San Giorgio. Il versante svizzero di questo bene è stato inserito nella Lista del patrimonio mondiale nel 2003. La candidatura del progetto di ampliamento, che prevede anche l’attuazione di una gestione transfrontaliera del sito, è stata sottoposta congiuntamente al Comitato dal Governo italiano e da quello svizzero.
Il versante svizzero del Monte San Giorgio è iscritto nella Lista del patrimonio mondiale (cfr. riquadro) dal 2 luglio 2003. Oltre alla sua eccezionale testimonianza della vita marina del Triassico, costituisce il punto di riferimento principale per le future scoperte di fossili marini risalenti a quel periodo geologico. Il Comitato del patrimonio mondiale aveva già allora espresso l’auspicio che il sito venisse allargato a tutta la zona interessata dai fossili, vale a dire anche su territorio italiano. Nel febbraio 2009, il Governo italiano e quello svizzero hanno depositato una nuova candidatura, che poneva l’accento sulla partecipazione delle autorità locali. Il Comitato del patrimonio mondiale ha ora accolto tale richiesta.
Questo successo è il frutto di un lavoro esemplare di coordinamento transnazionale nella gestione del Monte San Giorgio, che ha portato al riconoscimento del secondo sito transfrontaliero alpino nell’ambito del Patrimonio mondiale. Nel 2008, era infatti già stata iscritta la tratta tra Thusis (Svizzera) e Tirano (Italia) della ferrovia retica, che fa parte del paesaggio culturale dell’Albula/Bernina. Nella regione insubrica, la collaborazione ha coinvolto tutti i livelli: le autorità locali che hanno pianificato una gestione congiunta mediante un sistema che unisce i Comuni svizzeri (rappresentati nella Fondazione Monte San Giorgio) e quelli italiani, la Provincia di Varese, la Regione Lombardia, il Canton Ticino e i due Stati, che hanno siglato un protocollo d’intesa per la gestione comune del sito. |
| |
|
| Veduta panoramica |
| |
|
| |
| |
|
| |
| |
|
| |
| |
|
| |
|
14/07/2010 | | TROVATI NUOVI RESTI DI PRIMATI IN ARABIA SAUDITA |
| |
|
| Fonte: Nature e AFP | | La scoperta in Arabia Saudita di resti fossili di un primate, fino ad ora sconosciuto, potrebbe aiutare a fare luce sul periodo in cui è avvenuta la separazione tra gli ominidi, antenati dell'uomo, e le scimmie. Lo rivela uno studio dell'Università del Michigan, negli Stati Uniti coordinato da Iyad Zalmout e pubblicato oggi sulla rivista scientifica 'Nature'. Questo nuovo primate, identificato grazie a resti fossili del cranio, del palato e di denti, potrebbe essere vissuto 29-28 milioni di anni fa. Del peso di 15-20 chili, avrebbe caratteristiche che lo fanno rientrare tra i "Catarrini", antenati comuni delle scimmie del "Vecchio mondo" (tra cui gli umani) che hanno narici ravvicinate, aperte verso il basso e separate dal setto nasale. Al contrario, le scimmie del "Nuovo mondo", trovate nel Sudamerica, hanno narici aperte lateralmente e divise. Secondo l'analisi dell'evoluzione del genoma, gli esperti reputano che la separzaione degli ominidi (uomo, bonobo, scimpanzé, gorilla e orango) sia avvenuta tra 35 e 30 milioni di anni fa. Dopo la scoperta di questo nuovo primate "Catarrino", chiamato 'Saadanius hijazensis', i ricercatori del Michigan sono convinti che la divisione tra le due specie sia avvenuta tra 29 e 24 milioni di anni fa. |
| |
|
| |
| |
|
| |
| |
|
| |
| |
|
| |
| |
|
| |
|
11/07/2010 | | TROVATI NUOVI FOSSILI DI BALENA NEL DESERTO EGIZIANO |
| |
|
| Fonte: EFE - Ministero Ambiente Egiziano | | Il Ministero Egiziano dell'Ambiente ha annunciato la scoperta di numerosi scheletri fossili di balena, risalenti a circa trenta milioni di anni fa, nella provincia di Fayoum, a sud-ovest del Cairo, come riferito dal quotidiano Al Ahram.
La scoperta è stata registrata a nord del Lago di Qarun in uno dei posti del mondo più ricchi di fossili marini.
Uno degli scheletri trovati porta ancora il feto, una balena deceduta del parto.
Le nuove scoperte sono avvenute nella Valle delle Balene Wadi Hitan, situata a circa 200 chilometri a sud-ovest del Cairo, la depressione di Wadi Rayan nel Fayum.
Whale Valley rappresenta solo una piccola parte, che occupa 1.759 chilometri quadrati Wadi Rayan, e l'esistenza di fossili di cetacei ha spinto nel 2005 l'Unesco a dichiarare questa zona Patrimonio Naturale dell'Umanità.
|
| |
|
| Valle delle Balene nel Wadi Hitan, Fayum (Egitto) |
| |
|
| |
| |
|
| |
| |
|
| |
| |
|
| |
|
02/07/2010 | | RISALGONO A 2,1 MILIARDI DI ANNI FA I PRIMI ORGANISMI MULTICELLULARI |
| |
|
| Fonte: Nature | | Finora si riteneva che fino a 600 milioni di anni fa la Terra ospitasse solamente organismi unicellulari.
I primi organismi multicellulari comparvero sulla Terra già 2,1 miliardi di anni fa. A dimostrarlo è la scoperta, in Gabon, di 250 fossili in ottimo stato di conservazione, descritto in un articolo pubblicato su Nature.
Il rinvenimento fatto da un gruppo internazionale di ricercatori, diretti da Abderrazak El Albani dell'Università di Poitiers, rappresenta una scoperta
eccezionale. Finora si riteneva che gli organismi pluricellulari avessero fatto la loro comparsa circa 600 milioni di anni fa, in corrispondenza della cosiddetta 'esplosione cambriana', durante la quale il pianeta assistette a una eccezionale proliferazione delle forme di vita in coincidenza con un forte aumento dei livelli atmosferici di ossigeno.
La vita apparve sul nostro pianeta 3,5 miliardi di anni fa quando fecero la loro comparsa i primi procarioti, organismi unicellulari privi di nucleo, a cui
successivamente si aggiunsero i primi eucarioti unicellulari. Secondo i ricercatori è possibile che a consentire lo sviluppo e la sopravvivenza delle nuove forme di vita multicellulari scoperte in Gabon sia stato il cosiddetto 'Grande evento di ossidazione', un notevole incremento dell'ossigeno atmosferico precedente a quello dell'esplosione cambriana, che ebbe luogo circa 2,4 miliardi di anni fa.
Dopo aver controllato che i campioni fossero effettivamente di origine organica grazie alla misurazione degli rapporti relativi degli isotopi di zolfo in
essi contenuti, i ricercatori - grazie a una sofisticata tecnica di scansione in 3D, la microtomografia a raggi X - sono stati in grado di ricostruire con
buona precisione la struttura interna dei fossili senza danneggiarli. La struttura regolare e chiaramente definita ha mostrato la natura multicellulare di questi organismi che vivevano in colonie.
Studiando le strutture sedimentarie del sito di rinvenimento, i ricercatori hanno appurato che questi organismi vivevano in un ambiente marino a una
profondità piuttosto bassa, fra i 20 e i 30 metri, solitamente tranquillo, ma periodicamente soggetto all'effetto combinato di maree, onde e tempeste. |
| |
|
| |
| |
|
| |
| |
|
| |
| |
|
| |
| |
|
| |
|
30/06/2010 | | SCOPERTI RESTI DEL LEVIATANO |
| |
|
| Fonte: Apcom | | Una balena predatrice che cacciava altri cetacei: il fossile scoperto nel deserto peruviano è stato appropriatamente battezzata in onore di Herman Melville, l'autore di "Moby Dick".
Come riporta la rivista scientifica britannica "Nature", Leviathan melvillei era lunga fra i 13 e i 18 metri, dimensioni non dissimili da quelle dei capodogli attuali, ma aveva denti lunghi fino a 36 centimetri, ed era evidentemente un predatore.
L'esistenza di un cetaceo simile era stata suggerita da numerosi ritrovamenti fossili succedutisi negli anni - soprattutto di denti fossili isolati - ma è la prima volta che viene recuperato un cranio quasi completo, il che permette di fare luce sulle caratteristiche dell'animale. |
| |
|
| |
| |
|
| |
| |
|
| |
| |
|
| |
| |
|
| |
|
25/05/2010 | | UN PESCE FOSSILE DI 85 MILIONI DI ANNI FA RITROVATO A POLAZZO SVELA FINALMENTE I SUOI SEGRETI |
| |
|
| Fonte: Journal of Vertebrate Paleontology | | Sulla prestigiosa rivista internazionale Journal of Vertebrate Paleontology compare lo studio su di un nuovo genere e specie di pesce estinto risalente al Cretacico superiore, circa 85 milioni di anni, fa quando il pianeta era popolato dai dinosauri. Lo studio, effettuato dal professore Francisco José Poyato-Ariza dell’Università Autonoma di Madrid (Spagna), ha riguardato i pesci che sono stati scoperti a Polazzo dai soci del Gruppo Speleologico Monfalconese – Sezione Paleontologica del Museo della Rocca di Monfalcone durante le campagne di scavo condotte a partire dagli anni ’90.
La nuova specie é stata denominata Polazzodus coronatus, in onore del sito di rinvenimento. Le prime campagne di scavo si svolsero dal 1990 al 1993 sotto la
direzione del professore Nevio Pugliese dell’Università degli Studi di Trieste in collaborazione con il Museo Carsico Geologico-Paleontologico di
Monfalcone. Dal 1996 lo scavo é effettuato in un secondo sito non molto distante dall’altro, sotto la direzione del paleontologo Fabio Marco Dalla Vecchia, responsabile pure della Sezione Paleontologica del Museo.
Polazzodus coronatus era un pesce che popolava i bassi fondali del mare tropicale che durante il periodo Cretacico copriva la regione Friuli Venezia Giulia. Si nutriva di piccoli invertebrati piú o meno coriacei che triturava con i suoi denti emisferici simili a quelli di un’orata. Il gruppo a cui apparteneva – i Picnodonti – si estinse 50 milioni di anni fa.
Molti altri reperti appartenenti a pesci, piante e rettili sono stati scoperti a Polazzo, "ma – spiega il gruppo speleologico – non sono ancora stati
studiati perché non ci sono fondi a disposizione per sostenere l’attivitá di ricerca scientifica. E’ da rimarcare che né lo Stato italiano, né la Regione
Friuli Venezia Giulia, né la Provincia di Gorizia hanno mai sostenuto lo studio di queste testimonianze della vita del passato uniche al mondo. Infatti,
Polazzodus é stato studiato da un paleontologo spagnolo". |
| |
|
| |
| |
|
| |
| |
|
| |
| |
|
| |
| |
|
| |
|
21/05/2010 | | UN ANTENATO DEL TYRANNOSAURUS REX? |
| |
|
| Fonte: Sciencedaily | | Un team internazionale di ricercatori provenienti da Cambridge, Londra e Melbourne ha portato alla luce un osso fossile di anca che sembrerebbe appartenere ad un antenato del Tyrannosaurus rex. Il luogo del ritrovamento è la Dinosaur Cove di Victoria, nel sud-est dell’Australia.
Si tratta di una scoperta importante che apre un nuovo scenario agli studiosi. Finora, infatti, erano stati trovati reperti fossili del genere Tirannosaurus
solo ed esclusivamente in territori situati a nord dell’equatore.
Era quindi maturata l’opinione tra la comunità scientifica che i Tirannosauri avessero popolato solo il nord del mondo. In quel tempo, inoltre, i continenti
dell’emisfero australe si erano già separati da quelli dell’emisfero boreale, ma erano ancora uniti tra loro. Ciò fa sperare i paleontologi che nuovi reperti
di tirannosauro possano essere scoperti in territori come l’Africa, l’America Meridionale o l’Antartide.
L’osso in questione, spiccatamente tipico dei tirannosauri, è lungo 30 centimetri e doveva appartenere ad un animale di circa 80 chilogrammi e lungo 3 metri.
Un tirannosauro di ridotte dimensioni, se si paragona ai mastodontici T. rex che erano alti 5 metri e lunghi 13.
Il dinosauro, a cui ancora non è stato dato un nome, è vissuto durante il Cretaceo Inferiore, circa 110 milioni di anni fa, 40 milioni di anni prima del
successore T. rex.
La domanda adesso che si pongono gli scienziati è il perchè i tirannosauri si siano evoluti nei giganti predatori solo nell’emisfero settentrionale e non in
quello meridionale. A tali quesiti, ancora però non sono in grado di dare una risposta. Sarà necessario attendere ulteriori scoperte per avere una idea più
chiara della storia evolutiva di questi affascinanti dinosauri. |
| |
|
| |
| |
|
| |
| |
|
| |
| |
|
| |
| |
|
| |
|
10/05/2010 | | NUOVE NORME PROTEZIONE PROVINCIA BOLZANO |
| |
|
| Fonte: Asca | | Approvati quindi l'articolo 25, relativo all'attrezzatura da usare per raccogliere minerali e fossili, l'articolo 26 relativo alle
misure di promozione della tutela della natura, secondo cui la Provincia puo' sostenere con contributi le associazioni che vi si dedicano, l'articolo 26 bis
sulla Tutela contrattuale della natura, secondo il quale la Provincia puo' stipulare coi proprietari o gestori di un terreno contratti di diritto privato per remunerare determinate prestazioni, limitazioni o altre misure, e che le relative direttive sono emesse dalla Giunta, l'articolo 27 che prevede che prevede un sistema di sorveglianza e documentazione, con una relazione ogni 6 anni, sullo stato di conservazione degli habitat naturali e delle specie di fauna e flora selvatiche, come previsto dalla direttiva habitat e della direttiva uccelli, l' articolo 28 relativo a vigilanza e controllo, l'articolo 29 sulla confisca di animali, fossili e minerali in caso di violazione delle norme di tutela.
L'aula ha quindi approvato l'articolo 30 che elenca le sanzioni amministrative in caso di violazione delle disposizioni di legge.
Via libera anche all'articolo 31 sulla sostituzione di norme di tutela, all'articolo 32 che porta modifiche alla l.p.
17/1987 su protezione della fauna selvatica ed esercizio della caccia, all'articolo 33 che modifica la l.p. 18/1991 sulla raccolta funghi, all'articolo 34 che modifica la l.p.
16/1970 sulla tutela del paesaggio, all'articolo 35 che abroga norme esistenti, all'articolo 35 bis sulla disposizione finanziaria, all'articolo 36
riguardante l'entrata in vigore della legge 60 giorni dopo la sua pubblicazione nel Bur. |
| |
|
| |
| |
|
| |
| |
|
| |
| |
|
| |
| |
|
| |
|
10/05/2010 | | TRACCE DI NEANDERTHAL NEL GENOMA DELL'UOMO MODERNO |
| |
|
| Fonte: Apcom | | Uno dei misteri che avvolgevano i Neanderthal, gli ultimi ominidi ad aver condiviso il pianeta con l'Homo Sapiens, era se fra le due specie vi fosse stata ibridizzazione: contrariamente a quanto si pensava, la risposta è affermativa, almeno per quel che riguarda le popolazioni asiatiche ed europee.
Una piccola percentuale (tra l'1% e il 4%) del nostro patrimonio genetico risalirebbe infatti ai Neanderthal, come risulta da uno studio dell'Istituto Max Planck di Antropologia Evoluzionistica di Lipsia, l'Università della California e la Harvard Medical School, che ha paragonato il materiale genetico ricavato da alcuni reperti fossili con quello del moderno Homo Sapiens.
L'interbreeding sembrerebbe quindi aver avuto luogo dopo che Homo Sapiens aveva lasciato l'Africa per iniziare ad espandersi sugli altri continenti, ma gli
specialisti avvertono che studi più approfonditi - soprattutto sulle popolazioni dell'Africa nordorientale - potrebbero rilevare le medesime tracce. Un fatto rimasto però inspiegato è che mentre sembra dunque esserci del trasferimento di materiale genetico da Neanderthal a Homo Sapiens non c'è traccia del flusso contrario.
Assai meno primitivo di quanto si pensi comunemente, l'uomo di Neanderthal viene considerata la specie di ominidi più vicina ad Homo Sapiens, con il quale
condivise l'habitat (Europa e Asia occidentale) per circa 50mila anni fino ad estinguersi 30mila anni fa.
Secondo gli studi dei biologi e dei paleontologi che hanno analizzato il Dna mitocondriale - trasmesso per via femminile - di cinque fossili la popolazione
dei Neanderthal non superò mai i 7mila individui, tutti discendenti di un'unica donna vissuta circa 110mila anni fa.
Questo non implica che si trattasse della prima Neanderthal della storia, solo che all'epoca in cui visse la popolazione si era ridotta drasticamente: le
analisi, condotte su fossili trovati in diversi siti europei, mostrano che la specie possedeva una diversità genetica di appena un terzo rispetto degli
esseri umani nel loro insieme.
A causare il calo demografico potrebbe essere stato un improvviso peggioramento delle condizioni climatiche, un problema particolarmente difficile per una
società organizzata in gruppi molto piccoli e nomadici; va notato che nella stessa epoca la popolazione di Homo Sapiens viene calcolata in almeno 20mila
individui. |
| |
|
| |
| |
|
| |
| |
|
| |
| |
|
| |
| |
|
| |
|
30/04/2010 | | I MARZIANI ESISTONO. SONO ALGHE FOSSILI. |
| |
|
| Fonte: Nature e La Stampa | | Una pellicola di ghiaccio d’acqua misto a una serie di «mattoni della vita», come alcuni composti organici, avvolge 24 Themis, uno dei più grandi asteroidi che si trovano nella fascia compresa fra Marte e Giove. La scoperta, pubblicata su «Nature», rafforza l’ipotesi che gli asteroidi potrebbero aver portato acqua e materiali organici sulla Terra e che potrebbero essere stati loro a dare «il calcio d’inizio» alla vita sul nostro pianeta. A rivelare per la prima volta la presenza di acqua e molecole organiche su un asteroide sono arrivati due gruppi di ricerca Usa delle università Johns Hopkins e della Florida Centrale.
Su Marte vi sono fossili di alghe di acque stagnanti contenuti nel gesso proprio come ne sono stati ritrovati sul letto del Mar Mediterraneo, risalenti a circa sei milioni di anni fa. A svelare l’esistenza sul Pianeta Rosso di quella è considerata la più tradizionale prova di esistenza di forme di vita sono stati i «rover» della Nasa, Opportunity e Spirit, che dal 4 gennaio 2004 si trovano su Marte, durante una recente missione per verificare le prove della presenza di solfati.
A dare l’annuncio è stato William Schopf, direttore del Centro di studi sull’origine della vita all’Università di California a Los Angeles: «I fossili trovati nel gesso includono organismi molto simili a quelli che si trovano nei nostri oceani, come il phytoplankton, i cyanobatteri». E la sorpresa è doppia, tenendo presente che «fino a questo momento nessuno aveva preso in considerazione l’ipotesi che il gesso potesse contenere forme di vita».
Per la comunità scientifica è un risultato che va oltre le più ottimistiche previsioni. «La Nasa si è spinta in avanti come mai prima nel raccogliere prove sull’esistenza di forme di vita su Marte» commenta Jack Farmer, ricercatore dell’Arizona State University a Tempe, dicendosi «ottimista» su possibili nuovi spettacolari passi in avanti. Schopf rende omaggio all’opera dei mini-robot a energia solare che la Nasa lanciò in orbita il 10 giugno 2003: «Dobbiamo ringraziarli per averci fatto sapere, trasmettendo immagini molto chiare, che su Marte vi sono aree molto vaste coperte di diversi tipi di solfati, incluso il gesso, che comprendono fossili di alghe di acque stagnanti». Steve Squyres, capo degli aspetti scientifici della missione dei rover, precisa che «il gesso è composto di solfato di calcio ed è stato ritrovato in una immensa regione di Marte denominata Meridiani Planum».
A suo avviso, presto le sorprese potrebbero moltiplicarsi, perché c’è anche un’altra novità: «Abbiamo riscontrato la presenza di metano nell’atmosfera e ciò pone la reale eventualità che vi siano ancora oggi forme di vita», in quanto «il metano è una molecola che dovrebbe estinguersi molto velocente e, se questo non avviene, è legittimo chiedersi se la fonte sia biologica».
Riguardo alla scoperta dei «rover» la tesi di Squyres è che per essere del tutto certi della sua validità «bisognerebbe riuscire a portare delle pietre marziane sulla Terra». La Nasa ha già pianificato almeno 30 missioni destinate a cercare prove di vita nello spazio, inclusa una per portare sulla Terra pietre marziane attraverso tre navette in sei anni.
E’ Squyres a spiegare il progetto: «La prima dovrà prendere le pietre e parcheggiarle in un posto sicuro su Marte, la seconda prenderle a bordo, decollare e posizionarsi in un’orbita predefinita, dove la terza arriverà per portarle sulla Terra come se fosse un aereo-cargo». E’ lo stesso Squyres ad ammettere tuttavia che si tratta di «un progetto di difficoltà infernale», «ma la posta in palio potrebbe essere più alta». La Nasa ha in serbo missioni anche per esplorare gli oceani sotterranei di Europa, luna di Giove, e dei vulcani di ghiaccio su Enceladus, luna di Saturno. Proprio nell’ambito di queste missioni lo scorso novembre la Nasa ha lanciato il telescopio «Kepler» per poter identificare nella nostra galassia la presenza di pianeti con dimensioni simili alla Terra.
|
| |
|
| |
| |
|
| |
| |
|
| |
| |
|
| |
| |
|
| |
|
29/04/2010 | | SCOPERTI SU ASTEROIDE GHIACCIO E MATTONI DELLA VITA |
| |
|
| Fonte: Ansa | | Per la prima volta sono stati scoperti sulla superficie di un asteroide ghiaccio d'acqua e "mattoni della vita" come composti organici. La scoperta, pubblicata su Nature, rafforza l'ipotesi che gli asteroidi potrebbero aver portato acqua e materiali organici, mattoncini della vita, sulla Terra, così come la teoria che potrebbero essere stati gli asteroidi a dare "il calcio d'inizio" alla vita sul nostro pianeta. A rivelare la presenza di acqua e molecole organiche sull'asteroide 24 Themis, uno dei più grandi che si trovano nella fascia compresa fra Marte e Giove, sono arrivati in modo indipendente due gruppi ricerca americani, coordinati da Andrew Rivkin della università Johns Hopkins e da Humberto Campins della università della Florida Centrale.
Sebbene minerali idrati (prodotti dalla interazione di acqua con la roccia) siano stati già identificati sulla superficie di asteroidi, è la prima volta che su un asteroide si ha un'evidenza diretta della presenza di acqua, anche se allo stato ghiacciato. Il risultato è stato ottenute grazie alle osservazioni condotte con gli strumenti a infrarossi del telescopio della Nasa sul picco Mauna Kea, nelle Hawaii: questi hanno individuato una pellicola di ghiaccio che avvolge tutto l'asteroide, miscelata con lunghe e complesse catene di materiale carbonaceo. Intrappolate nei meteoriti, queste molecole, "potrebbero essere cadute sulla Terra dando un calcio d'inizio allo sviluppo della vita", ha osservato uno degli autori, Joshua Emery della università Johns Hopkins. |
| |
|
| |
| |
|
| |
| |
|
| |
| |
|
| |
| |
|
| |
|
25/03/2010 | | UOMO DI DENISOVA NON E' ANTENATO DI HOMO SAPIENS |
| |
|
| Fonte: Nature | | Un nuovo ritrovamento fossile potrebbe costringere i paleontologi a riscrivere la storia dell’evoluzione umana: l’analisi del Dna rinvenuto in un frammento
osseo dimostra infatti l’esistenza di un ominide vissuto 40mila anni fa in Siberia di un tipo sconosciuto e che non avrebbe lasciato discendenza diretta.
L’ultimo antenato comune all’«Uomo di Denisova» e all’attuale Homo sapiens risalirebbe ad un milione di anni fa: il nuovo ominide rappresenterebbe dunque il risultato di una migrazione dall’Africa differente e precedente sia a quella degli antenati dell’Uomo di Neanderthal (avvenuta circa mezzo milione di anni
fa) che di quella dell’Homo sapiens (circa 50mila anni fa).
Fino ad oggi si riteneva che le uniche due specie di ominidi presenti sul pianeta 40mila anni fa fossero Homo sapiens e l’Uomo di Nenaderthal, con la
possibile aggiunta del piccolo Uomo di Flores, scoperto in Indonesia nel 2003 e i cui resti fossili più recenti risalgono a 13mila anni fa. Come si legge
nello studio pubblicato dalla rivista Nature, l’analisi del Dna è stata resa possibile grazie ad una falange ritrovata in una caverna della località
siberiana di Denisova. |
| |
|
| |
| |
|
| |
| |
|
| |
| |
|
| |
| |
|
| |
|
25/03/2010 | | SCOPERTE IN TRENTINO TRACCE FOSSILI DI 240 MILIONI DI ANNI |
| |
|
| Fonte: Trentino corriere delle alpi | | Sul fianco meridionale della Val Gerlano in alta Vallarsa, a monte degli abitati di Specheri e Ometto, i geologi del Museo di scienze naturali di Trento hanno fatto una entusiasmante scoperta: lastre di roccia rossa sulle quali hanno riconosciuto circa 200 orme fossili di rettili risalenti a 240 milioni di anni fa, antecedenti ai dinosauri ai Lavini. Le nuove orme appartengono a quattro differenti animali, antenati di lucertole, coccodrilli e dinosauri.
«La scoperta - ha spiegato Marco Avanzini, geologo e coordinatore del gruppo di lavoro - è di rilievo scientifico. Queste sono le prime orme di rettili immediatamente precedenti la comparsa dei dinosauri trovate in Trentino. Alcune hanno una forma unica, questo ci fa pensare a specie nuove. Questo ritrovamento aggiunge importanti dati, che ci permetteranno di ricostruire gli antichi ambienti dell’Italia settentrionale e di studiare le relazioni tra gli stessi».
I ricercatori sperano ora di continuare le ricerche, «per cercare le relazioni tra rocce e fossili trovati in varie parti del mondo - racconta Avanzini - e comprendere la prima fase dell’evoluzione dei rettili che sarebbero diventati dinosauri e la loro radiazione (dispersione) di grande successo».
Nel Triassico gli strati rocciosi delle orme erano parte di una costa sabbiosa. Gli autori delle orme erano animali di piccole dimensioni, qaudrupedi, plantigradi e semi-plantigradi. Le tracce più numerose sono di animali simili a lucertole o meglio alle attuali iguane, lunghi fino a 70 centimetri. Abbondanti sono poi le orme di rettili simili a dinosauri (in miniatura) del peso di 800 grammi e lunghi 30 centimetri. Infine ci sono orme di animali di aspetto simile a piccoli coccodrilli, lunghi circa un metro.
Il ritrovamento è stato possibile perchè l’erosione dei torrenti che incidono il fianco della valle ha portato allo scoperto per circa due chilometri di ampiezza, in quattro siti, le rocce con le orme. I geologi pensano che molte altre rocce segnate possano trovarsi coperte dalla vegetazione o dalle stratificazioni rocciose.
L’indagine paleontologica è stata condotta nell’ambito del progetto di ricerca Openloc, finanziato dal Servizio ricerca della Provincia, coordinato da Geremia Gios, del dipartimento di economia dell’università e sindaco di Vallarsa. L’obiettivo di Openloc è individuare e misurare il ruolo del capitale naturale e sociale dei territori. In questo caso si tratta di capire come valorizzare il sito, come farlo conoscere alla popolazione e ai visitatori e come ricavarne un vantaggio economico locale. Insomma, si deve capire come le orme vecchie di milioni di anni possano rivitalizzare l’economia di un territorio periferico come la Vallarsa. |
| |
|
| |
| |
|
| |
| |
|
| |
| |
|
| |
| |
|
| |
|
12/03/2010 | | PICCOLI «CIAULA» IN MINIERA |
| |
|
| Fonte: Avvenire | | Sembra quasi di vederli quei "carusi" siciliani di otto-nove anni, con le gambe storte e le spalle curve sotto il peso di canestri pieni di roccia mista a
zolfo, mezzi avvelenati dalle esalazioni, arrampicarsi per chilometri tra ripide salite e scalinate incavate nella roccia. Migliaia di «Ciàula» che per
duecento anni rappresentarono la fortuna economica dell’entroterra siciliano e non videro mai la luna, come il protagonista della novella di Pirandello. Sono
loro i protagonisti di un mondo scomparso da mezzo secolo e che tornerà a vivere grazie al Museo delle solfare di Trabia Tallarita. Dopo sei anni di lavoro e un investimento di oltre 5 milioni e mezzo di euro, la Soprintendenza ai beni culturali di Caltanissetta, diretta da Rosalba Panvini, ha restituito al pubblico uno straordinario esempio di archeologia industriale che si estende per circa seimila metri quadrati.
La Regione siciliana, dieci anni fa, ha acquisito al proprio demanio questo bene etno-antropologico, per recuperare i complessi esistenti, con gli annessi
edifici industriali che ancora si conservano, i macchinari e le attrezzature utilizzate per la lavorazione del minerale. Il vasto altopiano
gessoso-solfifero, tra i più grandi d’Europa, per anni disabitato e lasciato in stato di abbandono, è stato valorizzato per ricordare e fruire di un
patrimonio universale, «dove la storia del genere umano s’intreccia con la storia della sua terra e delle sue ricchezze dove la
fatica degli uomini si è profondamente intersecata con lo sviluppo e l’evoluzione della società».
Nei giorni scorsi il taglio del nastro del primo lotto di lavori che ha consentito la realizzazione del museo nell’edificio dell’ex centrale elettrica
Palladio. Si tratta di uno spazio didattico-multimediale, unico in Sicilia, dove gli esperti, coordinati dal direttore dei lavori Alessandro Ferrara,
responsabile del servizio per i Beni architettonici della Soprintendenza, hanno ricostruito i vari aspetti dell’attività delle miniere di zolfo: dalle
strutture edili a quelle industriali, alla vita degli uomini impiegati nelle varie fasi della lavorazione. Il visitatore potrà guardare, ascoltare, respirare momenti della vita dei minatori, grazie a ricostruzioni tridimensionali. «È la creazione di un polo culturale e turistico attorno al bacino solfifero più importante della Sicilia - sottolinea il direttore dei lavori -, in cui la storia e i tanti volti anonimi che hanno segnato o sono stati segnati da questi luoghi, vadano idealmente scolpiti a futura memoria».
Nel plesso sarà anche possibile visitare installazioni contemporanee di artisti siciliani, la mostra di pitture sul tema, la mostra fotografica "Sùlfaro e
sulfatari", il Salone della "truscitella" con prodotti enogastronomici locali e una collezione di rari minerali. Il tutto accompagnato da cantastorie che
racconteranno la vita nelle miniere, tratta anche dai versi di Ignazio Buttitta, poeti ed ex "carusi" che testimonieranno il duro lavoro dello zolfataro, segnato da toccanti e tragiche vicende umane. Una sorta di macchina del tempo, propedeutica all’avvio di un distretto minerario della Regione siciliana, fra Sommatino, Riesi e tutto il Nisseno, capace di recuperare, valorizzare e mettere in rete l’ingente patrimonio del sottosuolo siciliano, per la nascita di un circuito turistico intorno al ciclo dell’industria siciliana dello zolfo dalla fine del Settecento alla seconda metà del Novecento.
Questo importante aspetto dell’economia della Sicilia centro-meridionale raggiunse il momento di massima espansione attorno al passaggio tra il XIX e il XX secolo. Basti pensare che nel 1901 risultavano occupati nel settore 38.922 individui, mentre nel 1905 in Sicilia si estrassero 536.782 tonnellate di zolfo, pari al 91% di tutta la produzione mondiale. Una realtà industriale significativa poi colpita da una crisi irreversibile, che ha determinato contestualmente la cessazione di ogni attività lavorativa e l’abbandono traumatico di un patrimonio ingente, i cui "segni" persistono ancora oggi, riconoscibili nelle strutture obsolete degli impianti dei bacini minerari. |
| |
|
| |
| |
|
| |
| |
|
| |
| |
|
| |
| |
|
| |
|
04/03/2010 | | I DINOSAURI POTREBBERO ESSERE NATI 10 MILIONI DI ANNI PRIMA |
| |
|
| Fonte: Nature | | Un team composto da paleontologi europei e statunitensi ha scoperto i fossili di una creatura che ritengono possa aver vissuto 10 milioni di anni prima dei dinosauri di cui abbiamo conoscenza. I risultati, pubblicati nella rivista Nature, avvalorano la teoria secondo la quale i dinosauri ed altre creature a loro vicine, come gli pteurosari (rettili in grado di volare), potrebbero essere vissuti prima di quanto finora ritenuto.
È la prima volta che gli scienziati che studiano il Triassico (ovvero l'era compresa tra i 250 e i 200 milioni di anni fa) scoprono il fossile di una creatura simile a un dinosauro in Africa. Le specie in questione, chiamata Asilisaurus kongwe, è sì legata alla famiglia dei dinosauri, con i quali aveva molte caratteristiche comuni, ma non vi apparteneva completamente. La relazione che intercorre tra questa specie e i dinosauri è analoga a quella che lega gli scimpanzé agli esseri umani.
I primi dinosauri di cui abbiamo notizia risalgono a 230 milioni di anni fa: la scoperta dell'Asilisaurus, antenato dei dinosauri vissuto 10 milioni di anni prima, lascia supporre che la linea evolutiva dei dinosauri si fosse divisa già 240 milioni di anni fa.
I fossili della specie Asilisaurus kongwe sono stati ritrovati nell'area meridionale della Tanzania, in Africa. Il ritrovamento, nello stesso letto fossile, di resti di coccodrilli primitivi fa pensare che la diversificazione delle specie appartenenti alla famiglia dei coccodrilli e degli uccelli sia avvenuta rapidamente e prima di quanto ritenuto in passato dai paleontologi.
Grazie ai resti di altri 14 esemplari della stessa specie rinvenuti nello stesso letto fossile i paleontologi sono stati in grado di costruire uno scheletro pressoché completo. La ricostruzione ha dimostrato che le creature misuravano tra i 50cm e 1 metro di altezza e da 1 a 3 metri di lunghezza per un peso compreso tra i 10 e i 30kg. La dieta di questa specie, che camminava su quattro zampe, era composta da vegetali o da vegetali e carne.
I denti triangolari e l'estremità molto simile a un becco della mascella inferiore lascia supporre che fossero sia onnivori che erbivori. Questi caratteri scheletrici si sono evoluti indipendentemente almeno in due linee evolutive appartenenti alla famiglia dei dinosauri, in specie originariamente carnivore. Proprio questo suggerisce che la possibilità di passare da una dieta erbivora a una dieta carnivora abbia ampliato i confini del loro habitat e abbia pertanto costituito un vantaggio evolutivo.
La ricerca suppone che questi sviluppi evolutivi si siano verificati almeno tre volte durante l'evoluzione dei dinosauri e delle specie legate alla stessa famiglia nell'arco di meno di 10 milioni di anni.
"Tutti amano i dinosauri", ha affermato il professor Sterling Nesbitt dell'Università del Texas ad Austin (Stati Uniti). "Questa nuova prova suggerisce che i dinosauri furono solo uno dei grandi gruppi di animali che si diversificarono durante il Triassico: i silesauri, gli pterosauri e vari gruppi di coccodrilliformi.
"Questo dimostra che vivevano interi gruppi di animali di cui non abbiamo mai trovato traccia ma che erano numerosi durante il Triassico", ha aggiunto. "È emozionante perché significa che ci sono ancora moltissime possibilità di fare scoperte".
Il team di ricerca comprendeva il Lamont-Doherty Earth Observatory della Columbia University (Stati Uniti), l'American Museum of Natural History e il Museum für Naturkunde in Berlin (Germania). |
| |
|
| |
| |
|
| |
| |
|
| |
| |
|
| |
| |
|
| |
|
02/02/2010 | | RECUPERATI FOSSILI LIBANESI DI 99 MILIONI DI ANNI FA |
| |
|
| Fonte: Reuters Italia | | Recuperati importanti fossili libanesi di 99 milioni di anni fa. L'operazione, condotta dal reparto operativo carabinieri Tutela patrimonio culturale, in
collaborazione con la Farnesina e le autorità di Beirut, ha portato al sequestro di diversi reperti fossili, tra cui due esemplari di pesci ossei, dell'Era Mesozoica, databili al periodo Cretacico (epoca susseguente al Giurassico), risalenti a 99-93 milioni di anni fa, oltre ad alcune decine di reperti archeologici romani ed etruschi.
A finire nei guai è stato un imprenditore 64enne, residente, a Roma, nel quartiere di Monte Mario, accusato di reato di contrabbando aggravato e subito
deferito all'autorità giudiziaria. Gli accertamenti tecnico-scientifici, compiuti sui beni paleontologici ritrovati dai militari dell'Arma, con l'ausilio di Umberto Nicosia, professore dell'Università "La Sapienza" di Roma, Dipartimento di Scienza della Terra, hanno permesso di confermarne l'autenticità dei beni recuperati, evidenziarne l'alto livello qualitativo e attribuirne la provenienza certa dal territorio libanese.
Stamane il comandante del reparto operativo dei carabinieri, colonnello Raffaele Mancino, ha provveduto a restituire i fossili, provenienti dal Libano,
all'ambasciatore libanese, a Roma, Melhem Mistou.
Sono stati restituiti ieri 11 febbraio dal Ten. Col. Raffaele Mancino, Comandante del Reparto Operativo Carabinieri Tutela Patrimonio Culturale,
all’Ambasciatore del Libano a Roma, Melhem Mistou, alcuni fossili di natura paleontologica, di provenienza libanese.
La seganalzione sul traffico di materiale archeologico illecito era stata fatta dalla Direzione Generale dei Beni Archeologici, la Sezione Archeologia che ha
constatato, che un cittadino italiano aveva richiesto al competente Ufficio Esportazione la certificazione di avvenuta importazione da Biblos (Libano) a
Roma, di un fossile di razza. Quest’ultimo ente, pur avendo rilasciato quanto richiesto, dubitando sulla regolarità dell'esportazione da quel paese, ha
allertato il Ministero Affari Esteri ed il Comando Carabinieri Tutela Patrimonio Culturale.
Infatti il cittadino italiano, un imprenditore sessantaquattrenne, aveva con sé, al momento dei controlli varia merce estera, in particolare pietre fossili,
ritenute importanti ed oggetto di tutela dalla normativa libanese, di cui non era dimostrabile la legittima provenienza, risultando invece violate le
normative esistenti in Libano che dettano precise disposizioni concernenti la detenzione e l’esportazione di reperti archeologici.
Il Reparto Tutela patrimonio Culturale ha proceduto quindi alla perquisizione, rinvenendo e sequestrando, presso l’abitazione dell’imprenditore, nel
quartiere Monte Mario di Roma, diversi reperti fossili costituenti un esemplare completo di raiforme (razza).
Nel corso dell’attività, sono stati sequestrati anche altri due esemplari di pesci ossei, tutti fossili dell’Era Mesozoica, databili al periodo Cretacico
(epoca susseguente al Giurassico), risalenti a 99/93 milioni di anni fa, nonché alcune decine di reperti archeologici romani ed etruschi.
Gli accertamenti tecnico-scientifici, compiuti sui beni paleontologici con l’ausilio del prof. Umberto Nicosia, dell’Università “La Sapienza” di Roma,
Dipartimento di Scienza della Terra, hanno permesso di confermarne l’autenticità, evidenziarne l’alto livello qualitativo ed attribuirne la provenienza certa dal territorio libanese.
Il cittadino italiano, per il quale è stato ipotizzato il reato di contrabbando aggravato, è stato deferito all’Autorità Giudiziaria. Quest’ultima ha disposto la restituzione dei fossili alle autorità diplomatiche del Libano anche in considerazione della rinuncia alla proprietà espressa dall’indagato. |
| |
|
| |
| |
|
| |
| |
|
| |
| |
|
| |
| |
|
| |
|
22/01/2010 | | TANZANIA, STOP A EXPORT PIETRE PREZIOSE 'GREZZE'
|
| |
|
| Fonte: Agiafro | | La Tanzania ha deciso di bloccare le esportazioni di minerali e pietre preziose grezzi. La decisione e' stata annunciata dal ministro dell'Energia e delle Miniere, William Ngeleja, secondo il quale il Paese dell'Africa orientale punta a massimizzare i profitti esportando minerali e pietre preziose gia' lavorati. In un intervento alla commissione parlamentare Miniere ed Energia, Ngeleja ha anche affermato che il governo sta per varare una nuova normativa in grado di favorire un aumento dei vantaggi derivanti dallo sfruttamento delle miniere. Il ministro ha spiegato che l'esecutivo auspica, tra l'altro la realizzazione di "sinergie tra il settore minerario e gli altri comparti produttivi, al fine di rafforzare l'economia nel suo complesso. |
| |
|
| |
| |
|
| |
| |
|
| |
| |
|
| |
| |
|
| |
|
20/01/2010 | | NOVITA' RIGUARDO LA POSSIBILITA' DI VITA SUL PIANETA MARTE DAL METEORITE ALH84001.1 |
| |
|
| Fonte: Nasa | | Nuovi esami chimici compiuti sul meteorite marziano ALH84001.1, aggiungono elementi a sostegno dell’ipotesi di presenza di tracce di vita microbica nel
meteorite di Allan Hills, trovato nel 1984.
Nuovi esperimenti vengono condotti per ri-analizzare le vecchie prove, in funzione delle nuove scoperte, e monta l’entusiasmo sia della Nasa che di altri
team di astronomi e astrobiologi.
I nuovi risultati sono frutto dell'uso di un avanzato microscopio elettronico ad alta risoluzione, che è riuscito a ricavare dati impossibili da trovare nel
1996.
Il meteorite fu recuperato da Roberta Score, che faceva parte di una squadra di ricercatori di meteoriti americani, al interno di un progetto chiamato
Ansmet. Al momento della scoperta pesava 1931 grammi, e come altri suoi simili fa parte della famiglia dei meteoriti marziani (Shergottite, Nakhlite,
Chassignite).
E’ uno dei frammenti più antichi di tutta la terra, è probabilmente dell’intero sistema solare, con la sua cristallizzazione che risale a circa 4.5 miliardi
di anni fa. Per quanto riguarda le origini, le analisi chimiche portano a pensare che sia proveniente da Marte, e che si sia formato su Marte dopo un
catastrofico impatto meteoritico.
Un altro grosso impatto, circa 15 milioni di anni fa, l’ha portato nello spazio, per poi arrivare sulla Terra approssimativamente 13.000 anni fa. Le
datazioni sono state individuate mediante una serie di tecniche di datazione radiometrica: samario-neodimio, rubidio-stronzio, potassio-argo e con il metodo
del Carbonio 14.
Il 6 agosto 1996, un articolo di David McKay della Nasa, presentava le prove che c’erano tracce di vita sul meteorite. Usando un microscopio elettronico a
scansione, vennero rivelati alcuni microrganismi, considerati batteri fossili per via della loro forma. Con un diametro tra i 20 e 100 nanometri, le loro
dimensioni e caratteristiche sembravano simili a quelle dei nanobatteri terrestri, ma più piccoli comunque di qualsiasi altro tipo di forma di vita cellulare conosciuta. Escludendo la possibilità di un eventuale contaminazione, se tali organismi fossero veramente forme di vita fossilizzate, sarebbero la prima evidenza concreta dell’esistenza di una forma di vita extraterrestre.
L’annuncio fece cosi tanto clamore che finì sulle prime pagine di tutti i media del mondo, e l’annuncio ufficiale fu dato dal presidente statunitense Bill
Clinton in diretta tv. I test eseguiti in seguito furono tantissimi, e trovarono prove di materiale organico: amminoacidi e idrocarburi policiclici
aromatici.
Tuttavia, molti esperti dimostrarono con il passare degli anni, che non si trattava di autentica vita extraterrestre ma di contaminazioni di biofilm
terrestri. E dimostrarono come si poteva arrivare a strutture simili, partendo da basi non biologiche.
Molti obbiettarono che una forma di vita su Marte era altamente improbabile come ancor più improbabile era l’idea che una forma di vita potesse sopravvivere
a due ambienti cosi diversi tra di loro come Marte e Terra. Comunque, dopo le scoperte nei ultimi anni grazie a Spirit, Opportunity, Phoenix e Mars
Recconoissance Orbiter, ora sappiamo che molto probabilmente non solo l’acqua c’è ancora su Marte, ma c’era anche al tempo del impatto che portò questo
frammento sulla Terra.
Tornando però alla nuova ricerca, i scienziati, hanno usato i nuovi microscopi per analizzare direttamente i dischi di carbonati, ed i piccoli cristalli
magnetici associati ad essi , presenti al interno del meteorite. I nuovi più dettagliati dati riguardo a queste associazioni e strutture magnetiche
cristalline, riescono a contraddire una buona parte delle vecchie teorie secondo cui non si poteva trattare di tracce di forme di vita.
Adesso, 13 anni dopo che il team che presento nel 1996, la prima ricerca, comincia a sentire il sapore della vendetta. I loro dati mostrano che anche se non
si trattasse di vita marziana nel meteorite, ci sono evidenti prove a supporto dell’esistenza di vita sulla superficie di Marte, o nel acqua sotto la
superficie, nella prima parte della storia marziana.
La loro ricerca è incentrata sui "batteri magnetici", che sulla Terra, e cosi apparentemente anche su Marte, lasciano tracce distintive, nelle pietre.
Inoltre, le strutture hanno una purità chimica molto più simile a quella biologica che quella geologica.
Dr Dennis Bazylinski, lavora preso il laboratorio del Università di Nevada, studiando proprio questi tipi di forme di vita qui sulla Terra, è si e detto
molto entusiasta della nuova ricerca riguardo al meteorite perché secondo lui le prove che si tratti di tracce di nanobatteri magnetici sono molto forti.
Bazylinski dichiara: Lavoro con batteri magnetici e in questo caso l’indicazione della presenza di questi ultimi sull’antica superficie di Marte, ed i cristalli magnetici presenti nel ALH84001.1, sono davvero incredibilmente somiglianti a quelli dei batteri magnetici terrestri. Quando nel 1996 avevamo
presentato questi dati, pensavo che facilmente si potesse trattare di un errore, invece adesso, grazie ai nuovi microscopi e le nuove analisi, non ho alcun dubbio, non c’è nessun errore.
La domanda che a questo punto deve trovare una risposta certa è se questi cristalli magnetici possono essere associati ai fossili magnetici, ma come dichiara
lo stesso Bazylinski, ci sono studi di batteri magnetici terrestri che producono forme identiche a quelle presenti nel meteorite.
Altri risultati importanti arriveranno prossimamente con la ricerca dal Dr Joseph L. Kirschvink di CalTech, appena tornerà dalla regione situata fra il passo
di Drake e Cape Horn, in Antartide, dove sta conducendo nuovi studi. Comunque, sul suo sito web, ha scritto un messaggio riguardo alle nuove scoperte sul
meteorite di Allen Hill:
” Uno dei usi più interessanti dei fossili di batteri magnetici, riguarda il caso del meteorite ALH84001.1, dove si potrebbe considera la loro presenza come
bio-marcatori della presenza di vita su Marte. E’ molto interessante pensare che potremmo usare la presenza di questi cristalli, come marcatore della
presenza di vita del posto che stiamo studiando .”
Per tanti anni, gli oppositori della teoria secondo cui ci sono tracce di vita nel meteorite hanno obbiettato dicendo che quelle forme sono causate dal shock
chimico-termico in seguito al impatto meteorico, che ha spedito il frammento nello spazio. Ma adesso sembra invece molto più probabile che invece si tratti
di tracce di nanobatteri magnetici.
Anche se, non sono da considerare forme di vita, quelle nel meteorite, sono prove molto forti che su Marte ci sia almeno stata vita.
I dati della ricerca verranno pubblicati a breve con un nuovo comunicato ufficiale da parte della Nasa, e potrebbero giocare un ruolo molto importante nella scelta e programmazione delle futuri missioni spaziali.
Gli autori principali della ricerca sono: Kathie Thomas-Keprta (autore principale), Simon Clement, David McKay (che guido' il team di ricerca originale), Everett Gibson e Susan Wentworth, tutti del Johnson Space Center. |
| |
|
| |
| |
|
| |
| |
|
| |
| |
|
| |
| |
|
| |
|
19/01/2010 | | MESSICO, FORSE SPIEGATA LA GENESI DELLA GROTTA DEI CRISTALLI GIGANTI |
| |
|
| Fonte: Ansa | | Un cristallo di 11 metri di lunghezza: sulle origini di una simile meraviglia della natura si interrogano, fin da quando è stata scoperta in Messico, gli
scienziati. La rivista New Scientist ripropone il tema e ne fornisce una spiegazione: sarebbe da attribuire a sbalzi tra periodi secchi e periodi umidi. Nelle grotte vicino a Naica, in Messico, alcuni anni fa sono state trovate delle enormi formazioni di cristallo di selenite, un particolare tipo di gesso, che arrivano fino agli 11 metri di lunghezza e 2 metri di diametro. Gli scienziati, che hanno fin da subito cercato di dare una spiegazione ad un tale record della natura, hanno stabilito che la causa è stata l'oscillazione del clima nella zona. Piu' volte infatti, negli ultimi 200.000 anni, si è passati da una situazione caratterizzata da forte umidita' ad una opposta. Si è trattato, come hanno affermato gli autori della ricerca, di un'insolita combinazione di fattori geologici e geochimici. Infatti alla bassa salinità, che contraddistingueva l'ambiente delle grotte e quindi alla scarsa predisposizione alla formazione di cristalli, si è sovrapposto, per i giochi climatici, la formazioni di fluidi altamente salini. Questo processo ha cosi' consentito la nascita di queste formazioni record di cristallo. |
| |
|
| Cristalli record di selenite (Messico) |
| |
|
| |
| |
|
| |
| |
|
| |
| |
|
| |
|
16/01/2010 | | GROSSETO: CADE IN POZZO PROFONDO 10 METRI, SALVATO DAI VIGILI DEL FUOCO |
| |
|
| Fonte: Adnkronos | | E' caduto in un vecchio pozzo in disuso, profondo dieci metri, ma è stato salvato dai vigili del fuoco. Protagonista un cercatore di minerali di 70 anni,
che stamani è scivolato accidentalmente in un pozzo a Capanne di Massa Marittima (Grosseto) sulle Colline Metallifere, in Maremma. Alle 11.50 circa è
arrivato l'allarme alla sala operativa del Comando dei Vigili del Fuoco di Grosseto da parte dei Carabinieri di Massa Marittima. Il 70enne, in compagnia di un'amico, stava cercando minerali nella zona quando, avvicinatosi al bordo del vecchio pozzo, vi è caduto probabilmente per il cedimento del terreno
friabile. Il compagno ha immediatamente dato l'allarme che ha fatto scattare la macchina dei soccorsi. Dal comando dei Vigili del Fuoco di Grosseto e dal Distaccamento di Follonica sono partite due squadre entrambe composte anche da personale Saf specializzato in interventi di questo tipo. Giunti sul luogo,
due Vigili del Fuoco si sono immediatamente calati all'interno del pozzo il cui diametro è di circa 2 metri usando tecniche Saf, hanno raggiunto il
malcapitato che si trovava ad una profondità di circa 10 metri, e una volta assicurato ed immobilizzato con ragno e collare cervicale alla barella toboga,
hanno iniziato la risalita dal pozzo utilizzando carrucole, rinvi e corde. L'uomo è stato trasportato in ambulanza all'ospedale di Grosseto. Sul posto anche personale del 118, elisoccorso Pegaso e Carabinieri di Massa Marittima. |
| |
|
| |
| |
|
| |
| |
|
| |
| |
|
| |
| |
|
| |
|